Cap. XXIV - Si tirano le somme
..
Questo capitolo è presente anche sul libro in forma sintetica e senza disegni e immagini

La requisitoria dei Pubblici Ministeri (P.M.), come abbiamo già accennato, non è stata negativa sul giudizio del nostro lavoro (sempre io e Mario Cinti…). Pur non accettando l’ipotesi ricostruttiva da noi proposta (la dinamica dell’impatto dei missili, i danni da attraversamento riconoscibili sul velivolo e i buchi delle schegge) a causa della sussistenza di elementi contrari emersi dalla critica fatta dal Gen. Melillo, uno degli imputati, e di altri rilievi fatti dagli stessi PM.
Ma a parte questo, su cui torneremo, gli apprezzamenti sono lusinghieri, e ripagano in gran parte l’impegno profuso.

Dicono i P.M. (Requisitorie P.P. n. 266/90 A P.M. e 527/84 A G.I.) (pag. 215 e seg.):
- Particola attenzione alla formulazione dell’ipotesi di abbattimento del DC9 mediante missili è stata prestata dai consulenti della parte civile Itavia, Mario Cinti e Luigi Di Stefano. Essi infatti partono dell’Ipotesi di Sewell, ma la modificano in punti non secondari al fine di superare le obiezioni che ad essa erano state mosse
- In un ampio contributo, depositato il 23 dicembre 1995 e in successive note di risposte ad alcune osservazioni critiche………
- Le conclusioni del Collegio sono, a nostro parere, molto rilevanti, giacchè contribuiscono a porre dei punti fermi, per esclusione. La disamina attenta e onesta sgombra il campo da numerose ipotesi, consentendo che la discussione si concentri sui punti di effettivo disaccordo interpretativo.
- Il lavoro dei consulenti, proprio per l’accuratezza e l’onestà che lo contraddistingue, costituisce – a parere dei requirenti – un ulteriore elemento di smentita dell’ipotesi che a causare la perdita dell’aereo sia stato un missile. Oltre, infatti, all’eliminazione dal novero dei possibili ordigni di una serie di missili, per il loro sistema di guida, resta accertato che non vi sono geometrie di impatto (o meglio di attivazione della spoletta di prossimità o ad impatto) che possano causare la perdita dell’aereo senza lasciare segnature di schegge almeno sulla parte posteriore e sull’estremità dell’ala.

Dunque il nostro lavoro è “ampio”, di importanza “molto rilevante”, è “accurato” e si contraddistingue per la disamina “attenta e onesta”.
Non potevo sinceramente sperare di meglio, però mi dispiace che i PM lo abbiano detto nel ’99, mentre noi lo abbiamo consegnato a dicembre ’95.
Ma attenti alla parte sottolineata (da me): la smentita a che quanto indicato sia realistico viene dal fatto che, nella geometria dell’evento da noi proposta, non ci siano segni di schegge “almeno sulla parte posteriore e sull’estremità dell’ala”
E proprio su questi punti si tornerà ampiamente in seguito.

Dopo i complimenti per l’ottimo lavoro arrivano quindi le critiche, che sono doverose, correttamente formulate, e necessarie se si vuole arrivare a un risultato accettabile.
Non ho mai avuto la pretesa di arrivare da solo, in pochi mesi, ad un risultato definitivo che altri non sono riusciti a ottenere in anni di lavoro. Specie sulla ricostruzione della dinamica di impatto missili-velivolo che necessariamente è tutta interpretativa, con l’eccezione dei segni riscontrati sul velivolo che però devono essere oggettivamente in “coerenza” con la dinamica proposta.
Questi i rilievi fatti dai P.M. che fanno proprie le critiche del Gen. Melillo e ne aggiungono altre di proprie. Lo abbiamo già letto ma è meglio focalizzare nuovamente.

Ipotesi dei consulenti Itavia e critiche del gen. Melillo

Questo imponente lavoro che presenta non pochi aspetti d’interesse e resta il più esteso sull’ipotesi del missile, è stato sottoposto a severe critiche sia da parti imputate, in particolare del generale Melillo, sia da parte della pubblica accusa.
L’imputato contesta in primo luogo i parametri adottati da Cinti e Di Stefano – sulla velocità e direzione del missile, sulla sua portata, sul peso della carica esplosiva – affermando che nell’80 non esistevano missili aria-aria che avessero contestualmente portata superiore a 14km, guida radar semiattiva o ad infrarosso con capacità di attacco laterale e peso della testata di 10kg. I missili con tal peso di testata appartenevano a classi con portata utile assai inferiore a quella stimata dai consulenti Itavia. A portate superiori a 10km corrispondevano missili di rilevante dimensione, con proporzionata testa di guerra dell’ordine di decine di chilogrammi. Queste connotazioni avrebbero ovviamente influenzato, e in maniera notevole, gli effetti dell’esplosione sulla struttura dell’aereo attaccato, in particolare gli effetti del blast e della proiezione della massa del corpo del missile dopo la detonazione della testata. Melillo sottopone a critica altresì due dei tre elementi indicati a sostegno della ipotesi di correlazione delle zone di impatto con due missili. Sul secondo quello relativo alla compatibilità degli oggetti che avrebbero urtato sulla fusoliera del DC9 con quello residuo di un missile lanciato da 14km, si afferma che, nonostante il Jane’s preso a riferimento dai consulenti Itavia, dia per il Sidewinder AIM 9L una portata di 18km, Held il perito d’Ufficio la cui superiore competenza non è stata mai posta in dubbio da alcuno, dà per questo missile un raggio d’azione di 7.5km. E tale dato ovviamente si rifletterebbe anche sui calcoli della velocità residua al momento dell’esplosione della testa. In effetti questo valore che in un primo documento era indicato in 700m/sec, nel documento di replica alle osservazioni dell’imputato viene ridotto a 400m/sec.
Anche sul terzo, quello concernente la coerente similitudine fra le dimensioni e le forme delle zone d’impatto rispetto alle dimensioni e le forme del modello di missile proiettato, Melillo esprime critiche, affermando l’insostenibilità della pretesa di individuazione di correlazioni tra la forma e le dimensioni dei varchi e quelle del missile. Anche perché Cinti e Di Stefano prendono in considerazione nel loro documento diverse specie di missile – Sidewinder di varie serie, Sparrow, Apex, Matra 530, Atoll Sarh ?, ma non indicano quale sarebbe stato il missile impiegato nel caso reale.

Naturalmente qui faccio delle considerazioni che sono in parte le stesse della “Nota di risposta alle critiche del Gen. Melillo” che abbiamo consegnato nel luglio ’96.
In parte, perché quando abbiamo fatto il lavoro abbiamo scelto di non parlare di “marca” del missile, considerando che questo da un lato sarebbe stato irriguardoso verso l’Autorità Giudiziaria e il Collegio dei periti giudiziari, dall’altro avrebbe fuorviato la discussione sulla ipotesi ricostruttiva.
Quello che doveva essere discusso e criticato, e quindi accettato o non accettato, non era se il missile fosse Tizio, Caio o Sempronio, ma se i danni rilevati sul relitto e la dinamica proposta fossero in “coerenza”, quindi realistici.
Poi, una volta che fosse stato accettato che tutto era “coerente”, allora avremmo potuto facilmente passare all’individuazione della “marca” del missile.
E questo era assolutamente necessario, perché se uno avesse voluto indicare la “marca” del missile già nella prima fase allora avrebbe dovuto possedere dati specifici sul missile che indicava: dimensioni, peso, forma geometrica, velocità, conformazione della testa di guerra, tipo di schegge prodotte, angoli di proiezione etc.
E quindi, poiché questi dati non si possedevano se non in misura marginale e parziale, tutta l’ipotesi ricostruttiva è stata fatta modellizzando dati “medi” desunti dalla letteratura. E a modello è stato preso l’americano AIM9 Sidewinder unicamente perché è il capostipite di tutta una famiglia di missili da combattimento aereo che ne conservano quasi identiche forma e caratteristiche (basti pensare che l’omologo sovietico, l’Atoll, è la copia quasi perfetta del Sidewinder, ottenuta durante la guerra di Corea esaminando un Sidewinder inesploso che era rimasto infilato in corpo a un Mig cinese e che questo aveva riportato a terra atterrando)
Quindi non si voleva affatto indicare “subdolamente” (come qualcuno ha pensato) che il missile colpevole fosse il Sidewinder. E’ scritto chiaramente sui disegni e nella Nota Tecnica che era solo un modello, specificando dettagliatamente questi motivi.
 
da destra verso sinistra:
- il missile Atoll a guida IR
- il missile Advanced Atoll a guida SARH
- il missile Aphid a guida IR

Deve essere una manifestazione sovietica perchè c'è anche il generale lastricato di medaglie.
Comunque la scaricate da internet

Dunque il Gen. Melillo afferma “che nell’80 non esistevano missili aria-aria che avessero contestualmente portata superiore a 14km, guida radar semiattiva o ad infrarosso con capacità di attacco laterale e peso della testata di 10kg.”
Si sbaglia, erano quattro: lo AIM9L Sidewinder (USA), il Matra Magic2 (Francia), il Pyton (Israele) e lo Advanced Atoll SARH (URSS).
I primi tre sono a guida “infrarosso avanzato” (significa che oltre che lo scarico dei motori sono in grado di avvistare anche i punti caldi per attrito aereodinamico grazie ai loro più sofisticati sensori, (tecnologia che si basa sul raffreddamento criogenico del sensore IR) e l'ultimo è a guida radar SARH.
Li avevo già descritti nel libro fatto da me e Franco Scottoni nel 1990. E’ vero che nella scheda “missili” ufficiale, quella consegnata dal Gen. Pisano nel 1989 (ALLEGATI AL FOGLIO SMA 0/470) non si fa cenno a queste distinzioni tecniche, ma io le ho rilevate dalla letteratura, come pure dalla stessa fonte le rileva il Gen. Pisano, (cioè l’Aereonautica militare), cioè dallo Jane’s ed. 1980/81 citato nell’allegato. E quindi visto che leggiamo la stessa letteratura, non è ovviamente errato ricavare altri dati dalla stessa letteratura. (io in realtà le ho ricavate da: "The Mig23", di Bill Gunston, Ed Osprey)

Poi Melillo afferma che “A portate superiori a 10km corrispondevano missili di rilevante dimensione, con proporzionata testa di guerra dell’ordine di decine di chilogrammi.
Queste connotazioni avrebbero ovviamente influenzato, e in maniera notevole, gli effetti dell’esplosione sulla struttura dell’aereo attaccato, in particolare gli effetti del blast e della proiezione della massa del corpo del missile dopo la detonazione della testata.”
Con il secondo capoverso sono perfettamente d’accordo: è la considerazione che ho sempre fatto. Avremmo dovuto trovare danni ben più estesi di quelli rilevati e, secondo me, la struttura sarebbe stata stroncata immediatamente, e l'esempio ci veniva sia dall'abbattimento dell'Airbus iraniano ad opera di un missile "Standard" lanciato dall'incrociatore lanciamissili americano Vencennes, sia dall'episodio del Sea-Sparrow lanciato per errore su un incrociatore turco durante manovre aereonavali della NATO nel mediterraneo.

Altro punto:
Melillo sottopone a critica altresì due dei tre elementi indicati a sostegno della ipotesi di correlazione delle zone di impatto con due missili. Sul secondo quello relativo alla compatibilità degli oggetti che avrebbero urtato sulla fusoliera del DC9 con quello residuo di un missile lanciato da 14km, si afferma che, nonostante il Jane’s preso a riferimento dai consulenti Itavia, dia per il Sidewinder AIM9L una portata di 18km, Held il perito d’Ufficio la cui superiore competenza non è stata mai posta in dubbio da alcuno, dà per questo missile un raggio d’azione di 7.5km. E tale dato ovviamente si rifletterebbe anche sui calcoli della velocità residua al momento dell’esplosione della testa.
Melillo sbaglia perché modellizza sul Sidewinder e del quale ha inoltre un dato di portata sbagliato. E quindi rigetta l’ipotesi per la scarsa autonomia del Sidewinder senza considerare che ci sarebbero altri tre missili compatibili. E comunque il dato di 7,5Km di portata riferito al AIM9L Sidewinder non è esatto, e non basta la “superiore competenza” del prof. Held per accettarlo come buono. Se la stampa specializzata di tutto il mondo dice 18Km vuol dire che sono 18, a meno che di riscontri oggettivi di ben altra portata. Magari Held da bravo tedesco voleva essere preciso e dire “17,5Km” e qualcuno si è sbagliato a scrivere a macchina. (spesso capita proprio così). (Held è il progettista della versione tedesca del Sidewinder AIM9B, che prende il nome di Sidewinder FWG).
Comunque se invece di considerare solo il Sidewinder avesse considerato tutti e quattro i missili prima indicati, avrebbe potuto osservare che lo Advanced Atoll SARH, o almeno il radar che lo guida, ha una portata di tiro di 19Km.

Segue con: Anche sul terzo, quello concernente la coerente similitudine fra le dimensioni e le forme delle zone d’impatto rispetto alle dimensioni e le forme del modello di missile proiettato, Melillo esprime critiche, affermando l’insostenibilità della pretesa di individuazione di correlazioni tra la forma e le dimensioni dei varchi e quelle del missile.
I varchi sul lato destro della fusoliera sono gli stessi a suo tempo indicati da Robert Sewell, ex capo del dipartimento di missilistica della marina americana. Esattamente come ha fatto Sewell ho eseguito la proiezione ottica sui varchi esistenti indicati sullo skin map del velivolo, con la differenza che ho fatto arrivare il missile praticamente ortogonale (+8^) invece che dai 40^ come ha fatto Sewell (e quì c'è qualcosa che non si capisce, perchè nella sua relazione Sewell scrive che il missile (forse due) arriva "ortogonale" sul DC9, ma poi produce un disegno in cui lo fa arrivare dai 40^)
E ciò a motivo che la traccia dell’aereo aggressore risulta convergente con un angolo praticamente ortogonale e la traettoria del missile ricostruita graficamente risulta arrivare ortogonale + 8^.
Riguardo ai due varchi per i due missili dico chiaramente che per il secondo (quello più arretrato) potrebbe verificarsi un evento di casualità fra le dimensioni della classe di missile presa a modello e la dimensione dei varchi indicati (sia di entrata che di uscita), mentre per il primo questo non sussiste per via dell’esistenza del corrispondete foro di uscita sul lato sinistro della fusoliera, che è un grosso squarcio allargato dal fenomeno della decompressione, visibilissimo sul lato sinistro del relitto.
A riprova porto come esempio il disastro di Lokerbie. In quel caso, come risulta dalla relazione tecnica, l’esplosione di una bomba nel bagagliaio causò un foro nella fusoliera di circa 50x50 cm. A causa dell’indebolimento delle lamiere a causa di questo foro e il differenziale della pressione fra interno e estero questo foro si allargò rapidamente (nel tempo di frazioni di secondo) innescando il collasso della struttura esterna. Nel caso di Ustica il foro primigenio fu causato dal relitto del missile, ma poi allo stesso modo di Lokerbie il differenziale di pressione fece il resto, allargandolo fino allo squarcio enorme che ora è visibile sul relitto.

Naturalmente dopo le nostre risposte alle osservazioni del Gen. Melillo lui contro-risponde in un’altra nota:

Nota esplicativa:
Prima abbiamo letto le osservazioni critiche del Gen. Melillo sintetizzate dal Pubblici Ministeri (P.M.) nella loro requisitoria.
Quelle che seguono sono invece le successive osservazioni critiche di Melillo sintetizzate dall’A.G. (Autorità Giudiziaria, cioè dal Giudice Istruttore) nella Ordinanza di rinvio a giudizio degli imputati.
E’ importante sottolinearlo perché si passa da un giudizio positivo e critiche su elementi specifici (non sono stati trovati i segni di schegge, nulla dimostra che i buchi sono dei missili etc.) a un giudizio negativo e critiche praticamente su tutto.

Osservazioni tecniche Melillo – 25.02.97.
Poiché le Osservazioni tecniche di Melillo sono fatte proprie dall’Ufficio (siamo nella “Ordinanza di rinvio a giudizio”) sono particolarmente interessanti perché riflettono appunto il parere che l’A.G. (Autorità Giudiziaria) ha maturato nei confronti della dinamica del disastro così come noi (io e Mario Cinti) l’abbiamo elaborata e presentata.
Le parti che riporto in corsivo non sono quindi quelle scritte da Melillo, ma l’efficace sintesi che se ne fa nella Ordinanza di rinvio a giudizio.
Quindi non siamo più, come nei paragrafi precedenti, a considerazioni critiche fatte da Melillo e riprese dai P.M.
Ora siamo a considerazioni critiche fatte da Melillo e riprese dall’A.G. E’ doveroso precisarlo altrimenti non si capirebbe il completo cambio di giudizio fra quanto è stato espresso prima dai P.M. e quanto viene espresso ora.

Scrive l'A.G.:
 Nella prima parte di commento generale, il generale Melillo rileva come i contenuti del documento del Di Stefano mostrino ampie aree di incertezza nella specifica materia aviatoria, siano del tutto illogici e confermino ulteriormente l’inconsistenza dello scenario operativo prospettato nel precedente documento, confermando così il giudizio negativo sulla documentazione prodotta dai predetti CT, espresso all’AG dai periti Casarosa-Held.

Missione del presunto velivolo aggressore.

 Nella sua precedente documentazione il generale Melillo aveva fatto osservare ai CT di parte lesa come il presunto velivolo attaccante con traiettoria passante per i punti -17b, -12b e +2b non avrebbe potuto scorgere il DC9 nè a vista, a causa della distanza, nè con il radar in quanto il DC9 si sarebbe trovato sempre nei settori di poppa del velivolo attaccante e, quindi, non intercettabile mediante il radar stesso ma solo attraverso una precisa guida da terra.
 A questa sensata obiezione, del resto avanzata e discussa anche nella perizia tecnica, il Di Stefano, dopo aver premesso che il velivolo attaccante disponeva di un radar di bordo moderno, ha risposto testualmente: “Nel nostro caso sicuramente il pilota del velivolo sconosciuto non è arrivato a distanza utile per una identificazione visiva perchè nè da 30km nè da 15km poteva identificare nulla.
Però c’è da dire che il DC9 lasciava una robusta scia di condensazione, illuminata dal sole, e visibile sullo sfondo ormai nero del cielo verso Est.
 Per cui il nostro eroe, se comandato ad abbattere un velivolo di linea di cui poteva sapere la posizione precisa ad una certa ora, può aver preso benissimo a riferimento la scia di condensazione, specialmente se qualche altro intelligentone già avesse assicurato che in quel punto, a quell’ora, a quella quota, in quella direzione, in quella aerovia, avrebbe potuto trovare solo ed unicamente Caio.
Purtroppo invece Tizio, che se ne andava tranquillamente a Palermo con due ore di ritardo, c’è andato di mezzo”.
 L’AG non può che concordare con i periti Casarosa-Held quando si sono rifiutati di prendere in considerazione tali affermazioni concentrandosi invece su questioni molto più serie.

Ammetto di aver usato una frase inadatta a un documento giudiziario, ma cercavo un modo efficace per ribadire un concetto noto agli addetti ai lavori senza scrivere di nuovo un trattato sulla questione.
Nessuno, si presuppone, abbatte un velivolo civile per pura malvagità, e nessuno, si presuppone, ha il possesso personale di un caccia militare, dei missili relativi e di tutta l’organizzazione che serve a portarlo in volo. Quindi un caccia militare fa capo sicuramente a una organizzazione complessa e l’attacco deve necessariamente avvenire a seguito di una “missione” programmata. E una missione di intercettazione, argomenta Melillo, deve (o dovrebbe?) far capo a un sistema che guida l’aereo intercettore verso il bersaglio.
Ma, nel caso del DC9 Itavia, è impensabile che se il caccia è guidato nella sua missione da un sistema di controllo a terra (o in mare, da una nave) “questo sistema” non si renda conto che sta guidando l’intercettore verso un aereo civile, che vola in aereovia con il transponder acceso.
Per cui volevo semplicemente indicare che la “missione” dell’aggressore non poteva essere guidata da terra, ma poteva solo svolgersi in un contesto del tutto particolare. Cioè di una missione di intercettazione basata solo sulla conoscenza del tempo e della posizione del bersaglio.
Che non è “inconcepibile” come sembra pensino Melillo e l’A.G.
Cito un fatto storico: durante la II guerra mondiale nel Pacifico gli americani avevano “penetrato” il codice di criptazione giapponese ed erano in grado di decifrare i messaggi radio. Intercettarono la comunicazione che preannunciava con data e ora la visita dell’Ammiraglio Yamamoto ad una guarnigione sull’isola di Bouganville, che però era lontanissima dalla più vicina base aerea americana. Per attaccare l’Ammiraglio Yamamoto furono scelti dei caccia a lunghissima autonomia (i Loocked P. 38 Ligthning) e si confidò della precisione dell’orario indicato nella trasmissione radio, perchè i caccia americani potevano "stazionare" solo per pochi minuti in attesa dell'aereo di Yamamoto. Proprio grazie a questa “puntualità” i caccia americani poterono abbattere Yamamoto (l’ideatore dell’attacco a Pearl Harbour e migliore mente strategica della marina giapponese).
Facciamo un altro esempio che è proprio fra le ipotesi indagate dal G.I. (Giudice Istruttore) (e questo dimostra che le mie non sono elucubrazioni di un perito stravagante, ma una precisa ipotesi investigativa che è stata indagata. C’è una sezione apposta che la descrive, e quindi non può essere considerata un’ipotesi poco seria.)
Se io volessi abbattere l’aereo civile che da Londra va a Malta, il KM153, saprei con precisione dove passa, poiché gli aerei civili percorrono le aereovie. E potrei sapere con precisione a che ora passa, magari su Ustica, se un mio compare mi telefona da Londra per dirmi l’ora precisa in cui è decollato.
Per cui, visto che gli orari dei voli civili sono pubblici, posso anche fare una verifica per vedere se nel punto che ho scelto per l’intercettazione passino altri aerei. Poi però accade (può accadere) che lo Air Malta KM153 vola con tredici minuti di ritardo (cioè sta 80 miglia, 150Km, più indietro) mentre il DC9 dell’Itavia che avrebbe dovuto già essere passato da parecchio, transita con ben due ore di ritardo rispetto all’orario programmato, ma casualmente all’ora e nel punto in cui avrebbe dovuto essere l’Air Malta.
Ora si potrà anche obiettare che un agguato a un aereo civile nelle forme ipotizzate non rientri nelle ipotesi operative dell’Aereonautica Militare Italiana (e vorrei vedere!) ma questo non esclude che altri possano farlo.
Magari chi lo avesse “concepito” si sarebbe potuto ispirare proprio all’abbattimento di Yamamoto…..
Molto più facile di quella di Yamamoto, perchè i P38 americani dovettero fare una navigazione stimata, quello odierno avrebbe avuto a disposizione tutte le radioassistenze (cioè i radiofari) a disposizione del traffico civile.
 
Queste sono le radioassistenze e le aereovie riportate sulla "Carta di Radionavigazione", per la zona che ci interessa. I vari strumenti di radionavigazione (VOR, Tacan, DME etc) detti comunemente "radiofari" sono sempre disponibili a chiunque vola, proprio per assistere la "navigazione aerea".
Così come sono utilizzabili da qualsiasi aereo civile possono essere utilizzati da qualsiasi aereo militare. Ad esempio appare chiaro che il Mig 23 libico ritrovato in Calabria, da qualsiasi parte provenisse, aveva come riferimento il VOR dell'aereoporto di Lamezia Terme (pallino rosso)

Continua l’efficace sintesi dell’A.G.
Ma il generale Melillo ha ritenuto opportuno controbattere le predette affermazioni facendo rilevare come in estate le scie di condensazione, alle latitudini alle quali si operava il DC9 e con vento al traverso di 100kts, abbiano ben poca possibilità di formarsi e come qualunque tipo di radar, anche il più sofisticato, non sia in grado di “vedere” dietro il velivolo sul quale è imbarcato. Fa inoltre osservare come lo scenario prospettato dal Di Stefano sia caratterizzato dai seguenti ingredienti:
- una decisione gravissima e senza senso;
- un velivolo aggressore che operò in assoluta autonomia per l’assolvimento di una missione offensiva impossibile, studiata con l’ausilio di un orario dei voli civili e sull’ipotesi che il bersaglio predesignato si presentasse puntualissimo e ad una quota prestabilita all’appuntamento;
- un pilota incapace o che agisse in stato confusionale:
- un avvistamento mediante un radar di bordo capace di “vedere” anche nei settori posteriori del proprio velivolo;
- un provvidenziale aiuto all’avvistamento fornito dalla “robusta” scia di condensazione del bersaglio: fenomeno che, alla quota di 7500 m e nell’area meridionale italiana si verifica eccezionalmente nel periodo estivo.
A conclusione di questo argomento, il generale Melillo rileva come gli sconsiderati scenari prospettati dal Di Stefano siano stati forse suggeriti da persone non competenti in questioni operative aeronautiche le quali, rendendo confuso il già complesso panorama delle indagini, inconsapevolmente le ostacolano.

E qui continuo riprendendo anche alcuni argomenti relativi al passo precedente.
Dicendo che il pilota non poteva “identificare nulla” intendevo proprio “identificare” e non “avvistare”
Identificare significa “sapere chi è” (infatti lo strumento militare si chiama IFF, Identified Friend or Foe, Identificazione Amico o Nemico). “Avvistare” significa vedere un aereo senza sapere chi è. Proprio nel lavoro che si sta criticando, quando descrivo le diverse modalità operative fra i missili da “dogfigth” (combattimento aereo fra caccia) e quelli a guida radar (quasi sempre più grossi e con maggior portata) cito il fatto che la necessità di “identificazione” limita parecchio l’operatività dei missili a lunga gittata. Faccio l’esempio della guerra del Vietnam dove la prassi di lanciare i missili a seguito di semplice “avvistamento” causò parecchi abbattimenti da fuoco amico, ed impose l’obbligo della “identificazione” prima dei lanci. Quindi, se si conoscono, almeno per quello che si legge in letteratura, le prassi operative, non ci si può confondere fra “avvistamento” e “identificazione”. Passi per l’A.G. che magari la guerra aerea del Vietnam non la conosce, ma Melillo……

E’ vero che a 14Km è impossibile vedere l’aereo, quindi sarebbe impossibile anche “avvistare”, ma faccio risalire la possibilità di avvistamento alla scia di condensazione. Al momento dell’incidente al suolo il sole era già tramontato, ma a 7.500 metri c’era ancora la luce. Sullo sfondo del cielo nero e illuminata dal sole la scia di condensazione doveva essere ben visibile, soprattutto all’aggressore che aveva il sole prima a Ovest e poi in coda (all’epoca, quando ho scritto la Nota tecnica (dicembre ’95) ero convinto che l’aggressore viaggiasse parallelo al DC9 e poi aveva virato verso di esso. Dopo aver esaminato i tracciati radar no (luglio 96), ma ci arriveremo più avanti)
Scia di condensazione che, secondo Melillo, a quelle latitudini e quelle quote si verifica solo “eccezionalmente” (mannaggia, mo mi tocca scrivere un trattato sulle scie di condensazione….)
Intanto si può dire che non è vero: la scia di condensazione è dovuta al congelamento di microscopici cristalli di ghiaccio per un passaggio dell’acqua da vapore a solido senza la fase liquida intermedia. In gergo “tecnico” si chiama “neve” e affinchè la neve si formi c’è bisogno della presenza di vapore acqueo e temperature inferiori allo zero, (il vapore acqueo è uno dei residui della combustione.)
Per la temperatura si assume convenzionalmente un gradiente di 6^ ogni 1.000 metri (diminuisce di….). Quindi, considerando una temperatura al livello del mare di 25 gradi (voglio esagerare) a 7.500 metri avremo una diminuzione di 45 gradi, e quindi una temperatura dell’aria, alla quota dell’aereo, di 20^ sotto zero, più che abbondantemente sufficiente al formarsi della “neve”, cioè della scia di condensazione.
Ne consegue però che quando la temperatura al suolo è di 45^, alla quota di 7.500 metri avremo “zero” e la scia di condensazione non si forma, e quindi è “eccezionale” che la scia di condensazione “non” si formi, non il contrario come dice Melillo .
Infatti avere una temperatura di 45^ al livello del mare, sul mare, nel Tirreno, sarebbe una cosa veramente “eccezionale”.

Per quanto riguarda il fatto che il radar non vede dai settori poppieri è vero. Ma io intendevo dire che mentre il caccia aggressore gli volava a fianco poteva vedere alla sua sinistra la scia di condensazione illuminata dal sole, ma mentre vira verso di esso e lo punta lo vede comunque col radar.
Ma questa ipotesi era relativa allo stato delle conoscenze dello scenario radar che avevo fino a dicembre del ’95, quando io come tutti ero convinto che il velivolo aggressore fosse quello che gli volava parallelo e che poi vira verso il DC9 (stante l’interpretazione dei punti –17 e –12 e 2b del radar di Ciampino)
Da quando ho esaminato i dati radar è apparso chiaro che l’aggressore veniva da Ovest, era la traiettoria “cambiata di scala” di AJ450. C’è tanto di disegno allegato alla Nota tecnica radaristica e quindi non ci si può sbagliare. E poiché Melillo critica anche l’ipotesi di guerra elettronica questo disegno dovrebbe averlo visto, e quindi appare inconsistente la critica su un punto che avevo ampiamente superato nel momento in cui stilava questa critica.

Però questo fatto che “ostacolo le indagini” proprio non mi sta bene.

Continua la sintesi dell’A.G. sulle osservazioni tecniche del Gen. Melillo
Manovre di attacco e di scampo.

 Il generale Melillo ha premesso come sia molto difficile seguire il turbinio degli elementi introdotti a rate nelle argomentazioni di questi consulenti, misti a correttivi, ripensamenti, errori ed affermazioni non suffragate dalla realtà che, nel loro insieme, non consentono di individuare una esatta chiave interpretativa ed una precisa linea di pensiero. A questo proposito cita come esempio le contraddittorie definizioni di missile impiegato prima ritenuto non avanzato e poi descritto come avanzato per l’epoca e le fantasiose ipotesi sulla traccia radar AA450-AJ450 del sito di Marsala ipotizzata come traccia di un velivolo trasferita virtualmente a circa 200km ad Ovest del punto dell’incidente per effetto di un non meglio identificato inganno elettronico generato dal velivolo aggressore. L’apparecchiatura necessaria a produrre tale inganno, a detta dei consulenti sarebbe stata opportunamente miniaturizzata ed inserita in un contenitore trasportabile in volo e, tra l’altro, sarebbe stata costruita in Italia e fornita al presunto paese aggressore che, in questo modo, sarebbe stato capace di ingannare i radar italiani.
 Non vale certamente la pena di sintetizzare le osservazioni effettuate dal generale Melillo a proposito di questa stravagante interpretazione delle predette tracce se non per evidenziare come egli abbia osservato che, in ogni caso, e, cioè, anche ritenendo possibile il predetto inganno, le tracce “virtuali” sarebbero state indicative di una traccia reale relativa ad un velivolo attaccante con traiettoria in discesa, in contrasto con l’ipotesi effettuata dagli stessi consulenti che l’attacco sarebbe stato condotto con traiettoria in salita.

E finalmente si parla di guerra elettronica: “fantasiose ipotesi” dice Melillo e “stravagante interpretazione” dice l’A.G. Addirittura “miniaturizzata!
Ripetiamo pure quello che ho scritto poche pagine fa a margine delle interrogazioni parlamentari:
“Però diciamo che l’ipotesi “guerra elettronica” presentata la Magistrato ne esce avvalorata. Ora dovranno cessare i malumori e i mugugni che mi sento attorno, si dovrà ammettere che non sono “fantasie”, che non si tratta di “fantascienza”, che questa “guerra elettronica” esiste ed era nelle preoccupazioni della Marina, dell’Aereonautica e dei “Servizi Segreti” (il S.I.D., Servizio Informazioni Difesa, si chiamava all’epoca) fin dal 1975.
E poi, forse non è vero che in Italia, il programma nazionale per “l’aggressione elettronica” dall’aria è stato affidato all’Aeronautica Militare che, per questo compito, ha modificato otto velivoli: sei Piaggio-Douglas PD.808GE1 e due PD.808GE2. Entrati in servizio tra il 1972 ed il 1977, le piattaforme GE1richiedevano un equipaggio di cinque uomini ed erano dotate di un sottosistema di disturbo radar
Non è forse vero che alla stazione radar di Marsala il primo ufficiale che esaminò i tabulati era proprio l’ufficiale addetto alla guerra elettronica (l’allora Tenente Del Zoppo)?
E che la Natinad Demon Jam, l’esercitazione che era in corso il 18 luglio 1980, la data di caduta del Mig libico, era anche una esercitazione di guerra elettronica?
Insomma ero convinto che questa ipotesi di guerra elettronica sarebbe stata presa in considerazione e discussa a fondo!”

Non mi pare proprio che ipotizzare una azione di guerra elettronica sul cielo di Ustica possa essere definito “fantasiose ipotesi” come dice Melillo o “stravagante interpretazione” come dice l’A.G.
Diciamo pure che se si spendevano centinaia di miliardi per attrezzarsi a contrastare la guerra elettronica, se alcune nostre industrie di materiali per la difesa producevano ed esportavano apparecchiature da guerra elettronica per centinaia di milioni di dollari, se già nel 1975 lo Stato Maggiore dell’Aereonautica e della Marina, oltre ai servizi segreti militari avessero dato parere negativo all’esportazione di queste apparecchiature (autorizzazione però poi concessa dall’autorità politica per “superiori interessi”)
Viene da chiedersi, visto che il Gen. Melillo all’epoca del fatto era Capo del III reparto dello Stato Maggiore Aereonautica, se abbia mai saputo dell’esistenza, presso il 14 Stormo, del 71 Gruppo da contromisure elettroniche basato a Pratica di Mare (RM)
Poi viene da chiedersi, per analoghi motivi, come mai l’A.G. abbia ripreso e fatto proprie in modo acritico le conclusioni di Melillo, e per l’ipotesi di guerra elettronica limitandosi a una semplice domanda di chiarimento al collegio radaristico e accontendandosi di una risposta vaga e pur nella sua vaghezza platealmente inconsistente.
 

Anche il gruppo Augusta aveva in corso trattative in quell’anno con l’Iraq che era interessato all’elicottero AB212, in grado di accogliere equipaggiamenti per guerra elettronica attiva e passiva, ed all’elicottero A109 in configurazione militare per la lotta contro-carro ed infine ad elicotteri da imbarcare sulle navi.
Da pag.4700 della "Ordinanza di rinvio a giudizio"

Continua…………
 Il generale Melillo considera poi l’ipotizzata manovra di scampo effettuata dal velivolo dopo l’aggressione che sarebbe consistita in una prima fase volta ad annullare la predetta salita ed in una seconda fase di discesa, per portarsi a quote più basse per eludere la sorveglianza radar (ma non aveva l’inganno elettronico? nde).

Nella nota tecnica sui missili ero convinto che i plot –17 –12 e 2a indicassero prima una rotta parallela al DC9 e poi convergente. Quindi appariva una ipotetica manovra di scampo come quella descritta da Melillo.
Ma questo era nel ’95. Dopo l’esame dei tracciati radar non c’era nessuna virata. L’aggressore arrivava da ovest con rotta convergente sul DC9 e se ne andava dopo il fatto.

Continua………
 Tenendo conto che quei consulenti hanno ipotizzato che il DC9 non si sia frammentato in volo e che tutti i plots dopo l’incidente appartengano al velivolo aggressore, il generale Melillo osserva che la manovra di scampo avrebbe avuto una durata di circa tre minuti, assolutamente inconcepibile per una tale manovra ed inoltre la distribuzione dei plots del tutto irregolare contrasterebbe con la prova sperimentale effettuata da un caccia dell’Aeronautica Militare e da un DC9 che, sul radar, avrebbe dato plots in sequenza regolare e distanze pressochè uniformi, talchè fu facile misurare una velocità costante del velivolo (F104) che simulava l’attacco. Le situazioni derivanti dalla simulazione di attacco e dall’ipotesi di Cinti e Di Stefano a parere del generale Melillo non sono poi paragonabili perchè la prima è stata fatta a quota costante mentre la seconda prevede le predette variazioni di quota.
 Il generale Melillo conclude affermando poi che lo scenario proposto dai detti consulenti non debba ritenersi credibile, perchè invalidato da innumerevoli aspetti di fondo non riscontrabili nella realtà.

Non è affatto vero che tutti i plot dopo l’incidente siano stati indicati come appartenenti al velivolo aggressore. Ci sono i disegni dove si indica chiaramente che su 31 plot dopo l’incidente solo quattro (quelli con doppia battuta) sono assegnati all’aggressore. Tutti gli altri, fino a 186 secondi dopo l’incidente, sono assegnati al DC9 integro che plana verso il mare. E’ proprio per il fatto che (tranne quei quattro plot doppi) per 186 secondi si vede un solo oggetto muoversi in cielo che nasce la nostra critica contro l’ipotesi di distruzione in quota e l’affermazione che plana integro verso il mare.
Ripeto: secondo noi (io e Cinti) dopo l’evento in cielo ci sono due soli oggetti, il caccia aggressore e il DC9 che precipita planando verso il mare.

Continua………..
Caratteristiche e prestazioni dei missili.
 In questa parte del suo documento il generale Melillo prende in considerazione l’intera problematica relativa alle caratteristiche e prestazioni dei missili che avrebbero potuto abbattere il DC9 trattata dai consulenti.
 Da essa egli ha tratto i seguenti parametri che avrebbero caratterizzato lo scenario:
- rotta di attacco: ortogonale alla rotta del bersaglio;
- velocità del velivolo aggressore: 330m/sec.;
- distanza di lancio dei missili dal bersaglio: 14km;
- tempo di volo dei missili prima di raggiungere il bersaglio: 20 sec.;
- velocità media dei missili dal lancio al raggiungimento del bersaglio: 700m/sec.;
- primo plot del velivolo aggressore registrato dopo l’attacco: plot +2b, distante circa 4000 m dal punto dell’incidente al DC9.
Rileva poi come i missili presi come riferimento siano del tipo piccolo, con testa di guerra di circa 10kg e con sistema di guida diverso dall’infrarosso, appartenenti alla classe dei missili Sidewinder, come affermato dai consulenti. Il generale Melillo osserva quindi come missili a guida non IR e, di conseguenza, a guida radar semiattiva (SAR) con gittata di circa 15km e peso della testa di guerra di circa 10kg all’epoca non esistessero, come rilevabile dalla tabella tratta dalla perizia tecnico-scientifica relativa alla caduta del MiG23 redatta dai periti Casarosa-Dalle Mese-Held.

E invece si sbagliano, Melillo, Casarosa, Delle Mese e Held. Il missile esisteva e come ho già detto fa sistema d’arma con il Mig 23 versione Export e il suo radar Jay Bird (codice Nato) con portata di scoperta di 29Km e la portata di tiro di 19Km. Il missile è lo AA2-2 Advanced Atoll SARH che può essere guidato solo dal radar Jay Bird, stante che i missili sovietici della serie successiva, AA7 Apex SARH (codice Nato, la designazione sovietica è R23-R) sono associati al radar Hig Lark (codice Nato) che lavora in modalità diverse.
Basta vedere la stampa specializzata o ottimi libri sull’argomento (es. “The Mig 23” di Bill Gunston, Ed. Osprey).
Questa pretesa che un missile non esista perché non è agli atti del processo appare a dir poco surreale.
 
Un Advanced Atoll sotto l'ala di un Mig 23

Continua………
Di conseguenza il generale Melillo evidenzia come i CT di parte lesa abbiano preso come riferimento una famiglia di missili che, per le sue caratteristiche, contrasta con lo scenario da loro stessi presunto dimostrando anche come un missile Sidewinder che al termine della fase propulsa (2.5sec. dal lancio) è caratterizzato da una velocità di circa 1000 m/sec e che, dopo circa 10 sec. dal lancio, ha percorso circa 7.5km con velocità finale di circa 400m/sec, non possa percorrere ulteriori 7.5km in decelerazione, mantenendo al termine una velocità tale da consentire l’intercettazione del bersaglio. Pone in evidenza anche una palese contraddizione nel ragionamento effettuato dai consulenti i quali, dopo aver affermato come l’unico modo per colpire il DC9 da una distanza di circa 15km sarebbe stato l’impiego di missili a medio raggio ed a guida semiattiva, hanno invece impostato la “modellistica” su una classe di missili completamente diversa.

Perseverare est diabolicum…… Di missili che hanno le caratteristiche indicate al mondo ne esiste uno solo, quello prima citato.
Se “l’unico modo per colpire il DC9” è quello il missile è quello, non ci sono dubbi.
Basta vedere se è vero che esiste.
Sembra sia ancora valida la domanda che feci a Franco Scottoni quindici anni fa: - Ma scusi, secondo lei allora i missili ce li hanno solo gli americani?
Il Gen. Melillo si accanisce a contestare l’ipotesi che il missile colpevole fosse l’americano Sidenwinder AIM9L, con sistema di guida IRa (infrarosso avanzato) sembra senza rendersi conto che lo abbiamo già fatto noi proprio nella Nota Tecnica. Infatti abbiamo escluso tutti i missili a guida infrarossa IRa (e quindi il Sidewinder, il Pyton e il Magic2) perché non risultano colpiti i motori. Lo abbiamo scritto chiaramente e quindi sarebbe inutile argomentare sul fatto che le caratteristiche del Sidewinder non “combaciano” con l’ipotesi. E’ ovvio. Glielo abbiamo detto noi!
E l’A.G. condivide la sua critica. E’ ovvio. Rivediamo cosa dicono Melillo e l’A.G.:
- Pone in evidenza anche una palese contraddizione nel ragionamento effettuato dai consulenti i quali, dopo aver affermato come l’unico modo per colpire il DC9 da una distanza di circa 15km sarebbe stato l’impiego di missili a medio raggio ed a guida semiattiva, hanno invece impostato la “modellistica” su una classe di missili completamente diversa.
La palese contraddizione esisterebbe se fosse vero che i missili a medio raggio e a guida semiattiva appartengono “tutti” alla classe completamente diversa da quella presa a modello.
Invece uno di questi, lo AA2-2 Advanced Atoll, appartiene alla classe da noi presa a modello, ed è, inoltre, la copia perfetta del Sidewinder americano, da cui differisce appunto per il sistema di guida. E quindi i “buchi” individuati sullo skin map vanno bene anche per l’Atoll.
E allora o si sostiene che l’Advanced Atoll non esiste, me lo sono inventato io.
Oppure esiste, e le sue caratteristiche tecniche superano tutte le “critiche” del Gen. Melillo e dell’A.G.
Quindi non c’è contraddizione.

Continua……..
Fatte queste constatazioni, il generale Melillo passa poi a considerare come anche l’ipotesi di abbattimento mediante missili a medio raggio non poggi su valide considerazioni tecniche, perchè basata su inesatte valutazioni del tempo di fase propulsa, su valutazioni della velocità finale errate e variabili nei diversi documenti presentati (350/400/700 m/sec), su contrastanti stime e della “miss distance (5/15 m) e, infine, sul calcolo della traiettoria delle schegge effettuato con velocità finale (700 m/sec) diversa da quella ipotizzata per l’impatto dei corpi dei missili contro il DC9 (350?400 m/sec).
 Come ultima considerazione il generale Melillo rileva poi che, essendo possibile una proiezione in avanti del cono di schegge fino a 50°, tale cono avrebbe dovuto certamente investire almeno la parte posteriore del DC9. A conclusione di questa parte del suo documento l’imputato osserva come le caratteristiche e le prestazioni dei presunti missili che avrebbero abbattuto il DC9, poste da Cinti e Di Stefano confermino ulteriormente l’inconsistenza ed improponibilità dello scenario da essi presentato che, a tratti, sfiora addirittura l’assurdo e forse anche il grottesco.

Riguardo al primo capoverso:
La velocità media del missile è stata presa a 700 Mt/sec, quella delle schegge a 1.500 mt/sec.in base a dati medi rispetto ai valori trovati in letteratura. La velocità terminale del missile è stata presa a 3/400 Mt/sec perchè la proiezione ottica dei missili sui rispettivi varchi genera un assetto dei missili dai quali si risale (fisse le dimensioni del missile) alla loro velocità di impatto.
E' scritto chiaramente sul disegno che se la lunghezza del missile fosse stata superiore a quella del modello indicato la volocità risulterebbe diversa (più alta) ma non a valori tali da stravolgere la ricostruzione. Quindi confermo una velocità del missile (o dei missili) di 3/400 mt/sec al momento dell'impatto. Essa deriva proprio dalla dimensione dei varchi
Quindi tutta la confusione che indica Melillo in realtà non esiste. Se il missile parte ad una velocità di 1.000 Mt/sec (700+300) si può benissimo parlare di una velocità "media" di 700 mt/sec e una velocità "terminale" di 3/400 mt/sec.
(invece di stare a pontificare che le velocità indicate da noi sono sbagliate, dicesse quelle giuste)
Riguardo al secondo capoverso:
Subito dopo aver consegnato la nota tecnica sui missili abbiamo fatto richiesta di andare sul relitto proprio per cercare i segni delle schegge, e questo perché avevamo la geometria delle esplosioni.
L’autorizzazione è stata concessa e abbiamo trovato i buchi delle schegge su un flap, su un alettone e uno sulla coda. Ci sono le fotografie.
I buchi erano in perfetta coerenza con le geometrie di scoppio indicate, sia per versi che per posizioni. Ma poi ci è stato detto che quello sull’alettone non si sapeva a che velocità era stato fatto, quello sul flap era già stato esaminato dai periti frattografi ed era stato indicato come prodotto da un oggetto a velocità “medio-alta” mentre se provenisse da scheggia avrebbero scritto “altissima” (una questione di semantica!), mentre quello sulla parte posteriore destra era un foro in uscita, e di cui indicavamo come caratteristica solo la “petalatura” verso l’esterno, e quindi insufficiente a definirlo come foro di scheggia.

Continua…………….
Altre questioni.

 Di Stefano, nella parte finale del suo documento, prende in considerazione “l’affare Maltese” e, in generale, lo stato di tensione politica esistente all’epoca nell’area del mediterraneo. Riferendosi in particolare al trattato Italia-Malta, conclude affermando: “E noi, l’Italietta, ci siamo messi in mezzo ed abbiamo mandato tutto all’aria (giustamente ed approvo chi lo ha fatto, sia chiaro) nonostante avessimo giganteschi interessi economici proprio con il Paese che andavamo a contrastare (- la Libia; nde -).
 E contro gli interessi di potentissime lobbies politico affaristiche interne che qualche reazione, come ci spiega sempre l’on. Zamberletti, la hanno pur avuta.
Che ne dice, generale Melillo, c’erano i motivi per lanciare un missile in tempo di pace in mezzo al mar Tirreno?”.
 Costui risponde che i fatti elencati dal Di Stefano sembrano rispondenti ad eventi all’epoca verificatisi, ma ritiene aberrante la valutazione che il 1980 sia stato l’anno più pericoloso per la pace mondiale e l’eventualità di una terza guerra mondiale non fosse stata mai così vicina. In qualità di Capo dell’Ufficio del Capo di Stato Maggiore della Difesa, carica all’epoca ricoperta dal generale Melillo prima di assumere l’incarico di Capo del 3° Reparto dello Stato Maggiore Aeronautica, riporta di non aver mai avuto coscienza e sensazione della catastrofica situazione mondiale riportata dal Di Stefano. Sempre a suo parere, era molto più critico il fronte interno italiano quando il terrorismo era ancora in fase acuta, con grave pericolo per le stesse istituzioni del nostro paese.
 Conclude riportando come lo scenario suggerito dai consulenti Itavia sia insostenibile in ogni sua fase nè possa essere rafforzato dalla valutazione catastrofica della situazione politico-militare che mostra lo spettro di una terza guerra mondiale ed un Gheddafi dissennato che decide di punire non si sa bene chi (se l’Italia od un altro Paese) con una missione impossibile, affidata ad un velivolo isolato, quando avrebbe avuto a disposizione altri mezzi estremamente più sicuri ed efficaci per conseguire il risultato desiderato.

Qui il Gen. Melillo si riferisce all’elenco di fatti avvenuti nei mesi di Luglio e Agosto ’80 nell’ambito della crisi italo/libico/maltese che avete già avuto modo di leggere nel capitolo intitolato “L’Affare Maltese”.
Dice che quei fatti “sembrano rispondenti ad eventi all’epoca verificatisi”. Meno male: temevo quasi mi accusasse di averli inventati io!
Riguardo al pericolo di una guerra mondiale le percezioni sono personali e non riguardano il processo. Diciamo che l’invasione sovietica dell’Afganisthan e il sequestro dei diplomatici americani all’ambasciata di Teheran possono essere diversamente interpretati, ma sicuramente si tratta di eventi gravidi delle più imprevedibili conseguenze. Certo in effetti le cose sono poi evolute in modo imprevedibile: la guerra Afgana , concepita per aumentare la proiezione di potenza sovietica è diventata l’inizio della fine per l’URSS, mentre il radicalismo islamico iniziato con Komeini è cresciuto fino ad arrivare agli attentati dell’11 Settembre. All'epoca nessuno poteva prevedere che finisse così, ma si aveva la percezione che il livello del confronto fra le due superpotenze si stesse pericolosamente alzando.
Riguardo al fatto che la crisi maltese possa aver generato il disastro del DC9 l’ipotesi è stata indagata proprio dal G.I. nel corso di questa inchiesta, compresa la possibilità che la strage alla Stazione di Bologna fosse maturata nello stesso contesto. L’On Zamberletti, all’epoca stimato sottosegretario al Min. degli Esteri ha scritto un libro sull’argomento (La minaccia e la vendetta) in cui descrive efficacemente la vicenda, comprese le pressioni libiche per far recedere l’Italia dallo stipulare un trattato politico-militare con Malta.
Relativamente alla “missione impossibile affidata a un velivolo isolato”, stempero con una battuta: infatti al 747 Pan Am di Lokerbie e al DC10 UTA del Tenerè ci hanno messo le bombe, visto come era andata a finire la "mission impossible".
In ultimo, relativamente al "Gheddafi dissennato".
Noi non abbiamo mai fatto cenno, nelle nostre "Note Tecniche", al missile Advanced Atoll, al Mig 23 MF o al Col. Gheddafi. Ci premeva che i varchi e i segni del missile fossero riconosciuti come tali, e non poteva essere diversamente visto che non avevamo le caratteristiche tecniche specifiche di questo come degli altri missili. Abbiamo "modellizato" sul Sidewinder.
Anche Melillo e l'AG che ne riporta le argomentazioni ci contestano che il missile da noi preso a modello, lo AIM9L Sidewinder, non risponde a quanto enunciato.
Ma Gheddafi mica aveva lo AIM9L Sidewinder, aveva l'Advanced Atoll.
Quindi sembra che almeno una "percezione" che il missile che rispondeva allo schema di impatto da noi proposto fosse quello che equipaggia il Mig 23 nella versione export ci sia stata.

Continua………..
Conclusioni.
 Tenendo conto di quanto esposto, l’Ufficio ritiene che possano ritenersi condivisibili le critiche rivolte dal generale Melillo al documento redatto dal Di Stefano ed anche, più generalmente, a tutta la documentazione prodotta da quei consulenti. Tale documentazione è volta a sostenere la tesi di abbattimento del DC9 mediante missili con argomentazioni assolutamente assurde; prive di riscontri con la situazione reale visibile sul relitto, fra loro contrastanti e via via modificate per adattarle alla situazione contingente; prive, infine, di ogni validità tecnica. Si ritiene perciò anche giustificata la posizione dei periti Casarosa-Held che non hanno ritenuto di impegnarsi a commentare quanto contenuto nella predetta documentazione, producendo ulteriori inutili carteggi.

Qui “l’Ufficio” (cioè l’Autorità Giudiziaria) alla fine dell’inchiesta fa proprie le conclusioni del Gen. Melillo, e si giustifica quindi il rifiuto di Casarosa Held nel non voler neanche commentare i lavori prodotti.
Quindi, per l’Autorità Giudiziaria, l’ipotesi di abbattimento mediante missili è stata presentata con argomentazioni “assolutamente assurde”, ma più in generale a tutta la documentazione prodotta da quei consulenti……….. “tutta”.
Strano, eppure i P.M. davano un giudizio diverso: “Il lavoro dei consulenti, proprio per l’accuratezza e l’onestà che lo contraddistingue….”
Mi pare che facendo proprie “tutte” le critiche l’Autorità Giudiziaria condivida tutta una serie di argomentazioni che invece non possono essere condivise.
Ad esempio quando il collegio radaristico insiste con lo spiegare AJ450 come relativa al percorso del sole al tramonto, è a rovescio. Oppure quando il Gen. Melillo rigetta come “fantasiosa” l’ipotesi di guerra elettronica quando lui stesso, allo Stato Maggiore, spende centinaia di miliardi per contrastarla. Oppure quando dice che il missile che assomma le caratteristiche da noi indicate “non esiste” ma poi si argomenta che Gheddafi mica è dissennato che manda un pilota a eseguire una missione impossibile.

Oltre che al Gen. Melillo anche il consulente tecnico di parte imputata ing. M. Giubbolini esamina criticamente la nostra nota tecnica sui missili.
Come avrete visto dai disegni nella nostra ricostruzione si indica che le spolette di prossimità si sono attivate, facendo esplodere le testate, quando la punta dell’ala destra è entrata nel loro raggio d’azione, quale primo elemento di attivazione.
Questo fu duramente rigettato dal CTU Casarosa con parole di fuoco: - quanto costituito da un cumulo di affermazioni insensate, basate……. su profonda ignoranza del funzionamento delle spolette di prossimità, ritenendo possibile la loro attivazione dalle estremità alari del velivolo.
E questo giudizio severo sia poi stato fatto proprio dall’A.G.

Dice invece l’ing. Giubbolini, CT di parte inquisita:
- La disquisizione è tecnicamente corretta per cui non si capisce come una volta ipotizzato che l’ala sia stata la causa dell’attivazione della spoletta gli scriventi arrivino ad affermare (a pagina seguente), contraddicendo la corretta teoria fin qui esposta, come l’ala stessa sia uscita indenne dalla nuvola di schegge che appunto avrebbero dovuto colpirla. In realtà il sistema di spoletta del missile non fa alcuna distinzione fra le parti da colpire, non avendo alcun elemento per poter discriminare, ma tutto ciò che fa è regolare l’istante di esplosione allo scopo di colpire con la massima quantità di schegge quella parte del velivolo che appunto innesca la spoletta stessa. Pertanto può essere accettabile un’ipotesi che l’ala che fuoriesce dal corpo di 12 metri sia stata la possibile causa di innesco della spoletta di un possibile missile ma questo senza possibili alternative avrebbe dovuto essere confermato non da un sospetto foro ma da una grandissima quantità di fori accertati nella parte terminale dell’ala.

Quindi finalmente ne avrei fatta una giusta. Ma proprio il fatto ipotizzato, proprio perché ritenuto corretto, diventa la prova contro l’ipotesi sostenuta. Infatti non ci sono “una grandissima quantità di fori” nella parte terminale dell’ala.
Poiché questa storia delle schegge è stata presa sempre a motivo di rigetto dell’abbattimento coi missili, stante l’enorme quantità di schegge che avrebbero dovuto perforare il velivolo, poi sono stato accusato di aver trovato l’unica geometria possibile con cui le schegge non arrivano sul velivolo (come se il fatto che l’aggressore veniva da Ovest in rotta ortogonale fosse colpa mia….) vediamo di capirci qualcosa.

Nei tiri in poligono i missili vanno a colpire direttamente il bersaglio, e questo circa nei due terzi dei casi. Stiamo parlando di aereobersagli di piccole dimensioni (es. quelli della Meteor, cinque metri di lunghezza e cinquanta centimetri di diametro). Naturalmente un conto è sparare a un bersaglio in condizioni ottimali al poligono, un conto è sparare un missile a un aereo da caccia nell’ambiente operativo.
Ma mentre un caccia è un aereo lungo una decina di metri e per di più un grado di evoluire con ratei di virata anche superiori a quelli possibili a un missile, il DC9 è lungo trenta metri con un diametro di tre metri. In più è immobile sulla sua rotta, praticamente un grosso tacchino paralitico.
In queste condizioni è meglio che sparare al poligono, tanto più che a quanto sembra dal plot di Ciampino -17, -12, 2b il nostro aggressore è nella posizione ideale: con il sole alle spalle e più basso del DC9. Una manovra da manuale per avere il bersaglio netto sullo sfondo del cielo “freddo” (se devo lanciare un missile IR) o sfondo privo di clutter (se devo lanciare un missile SARH)
Non è difficile riportare le rispettive posizioni su una cartina e verificare che in queste posizioni reciproche “l’eventuale” missile arriverebbe sul DC9 praticamente ortogonale (lo dice anche il “Rapporto Pisano” dell’A.M.: “esiste una finestra di lancio per missile a guida radar semiattiva”). Missile che se fosse all’infrarosso andrebbe sul motore destro, se fosse a guida radar semiattiva (SARH) andrebbe sul bersaglio grosso, la fusoliera (diciamo sul baricentro dell’eco riflessa).

.

Questo disegno è in scala, e rappresenta i punti di mira, nello schema di impatto che stiamo considerando, di un missile a guida radar (blu) e a guida infrarossa (rosso). E' sempre la punta dell'ala destra ad innescare la spoletta e far detonare la testata, ma nel primo caso troveremo i danni sulla parte anteriore della fusoliera e i fori di scheggia con verso avanti verso dietro, nel secondo caso i danni saranno sul motore destro e e i fori di scheggia con verso da dietro verso avanti
.
Altrettanto evidente è che arrivando in questo modo (ortogonale, da destra e dal basso (noi abbiamo indicato 15 gradi sotto) il primo elemento che entra nel campo della spoletta di prossimità è la punta dell’ala destra (che “sporge” circa 12 metri dalla fusoliera), per cui la testa di guerra esplode lontano dalla fusoliera e le schegge, proiettate in senso radiale, se ne vanno per i fatti loro, rarefacendosi (densita delle schegge per metro quadrato) con il quadrato della distanza (circa).
Se il missile arriva davanti (quello blu, a guida radar) allora dovremo trovare le schegge sull'ala destra e sulla parte posteriore (come è poi avvenuto). Se il missile arriva dietro (sul motore, quindi è a guida IR) allora dovremmo trovare le schegge solo sull'ala destra, ma evidentemente con verso a rovescio rispetto a prima.
Questo “schema” non è frutto di fantasiose interpretazioni, ma semplicemente dell’integrazione dei due fattori in nostro possesso all'epoca, la rotta “dell’eventuale” aggressore (-17, -12, 2a) e la posizione del DC9.
Ora ci dicono: migliaia di schegge!
.
Il missile AIM9L Sidewinder. E' lungo circa tre metri, pesa circa 80 Kg, il diametro è di 127 millimetri e la testa di guerra (Warhead) pesa in tutto circa 11 Kg.. Come si vede la Warhead ha dimensioni abbastanza ridotte in relazione alla dimensione totale del missile
.
I missili aria-aria si dividono in due gruppi: quelli da dogfight (peso 80/100Kg) e teste da circa dieci Kg) e quelli da intercettazione (peso da 200 Kg in poi e teste da circa trenta Kg in poi)
Per il primo gruppo, quelli da dogfight di cui stiamo parlando, su dieci kg di testa abbiamo circa 5 kg di esplosivo e cinque kg di schegge. Assumendo una scheggia tipo 10x10x20mm (mi pare che quelle del Sidewinder siano più o meno così, e preciso che l’Atoll è la copia geometrica del Sidewinder) avremo un peso di 15,7 grammi per scheggia e quindi 318 schegge.
Il diametro del Sidewinder (o Atoll sovietico, se no poi dite che……) è di 5 pollici, quindi 127mm. Su questa circonferenza di schegge suddette ce ne entrano 25, per arrivare a 318 sono circa 12 file (25x12=300 schegge in un cilindro 127x240mm).
..
In questa immagine si vede come, su un diametro di 127 mm ci stiano non più di 25 schegge nella dimensione considerata (10x10x20 mm)
.
Quindi le schegge, in un missile della classe che stiamo considerando, sono circa 300 e non "migliaia". Ce lo dice la geometria e ce lo conferma la massa.
Supponendo che l’angolo di apertura in senso radiale con cui vengono scagliate le schegge sia di 20 gradi, a 2,5 metri di distanza radiale dalla testata avremo una densità di 11,2 schegge a metro/quadr. E ha 5 metri una densità di 1,6 schegge a metro/quadr.
Ma questo se avessimo una testata moderna, di quelle che sono in grado di indirizzare appunto la rosata su un angolo ben definito, assunto empiricamente in questo caso di 20 gradi.
Nel caso di testate di vecchio modello, quali c’è da aspettarsi fossero in uso nel 1980, l’esplosione della carica assumerebbe la classica forma sferica, e quindi a 2,5 metri di distanza dalla testata avremmo una densità di 3,82 schegge a mq, e a 5 metri una densità di 0,95 schegge a mq.
E nello schema in questione stiamo parlando di distanze che vanno dai 5 a 20 metri!
Quindi direi che, a parer mio, non è affatto necessario trovare centinaia di fori per parlare di missile, ma bastano i tre fori “sicuri”: il primo sull’alettone dell’ala destra (causato da un frammento del corpo del missile), il secondo sul flap (causato da una scheggia della testa di guerra (o warhead), il terzo sulla fusoliera, in uscita zona posteriore lato destro (anch'esso causato da una scheggia della warhead ma su un lancio superiore ai venti metri).
Ovviamente, ripeto, “nello schema in questione”, che è relativo alle due posizioni reciproche indicate.
A riprova possiamo citare un programma di simulazione prodotto dalla parte civile dell’Ass. Familiari.
Questo programma permette di simulare la geometria di volo delle schegge e la traiettoria del missile, preimpostando i parametri.
Ho impostato i dati come da geometria evidenziata nel ’95 (questo programma è recente) e questi sono i risultati:
 10/12/2003      19.56.53
  Il missile colpisce la fusoliera
Il punto di minima distanza è a 1cm dalla fusoliera
Coordinate del punto di esplosione P(270, -1399, 381) (cm)
Su 300 schegge 3 colpiscono:
0 la fusoliera, 2 le ali, 0 i motori, 1 la coda.
TRAITTORIA DEL MISSILE:
  Inclinazione sull'orizzontale = -15°
  Angolo con la rotta = 80°
  Distanza della traiettoria da x = 0 cm
  Posizione lungo x = 700 cm
  Posizione del punto di esplosione = -1300 cm
ANGOLI SCHEGGE: minimo=85° massimo=95°
VELOCITÀ [m/s]:   Aereo=230   Missile=500   Schegge=2000

Insomma, i conti tornano e le schegge vanno dove devono andare.
Mo lo avessi fatto io questo programma sarei immediatamente stato accusato di aver usato sofisticatissime tecniche per il controllo mentale. Quindi meno male che lo hanno fatto proprio quelli che dicevano che “non si può seriamente sostenere”……..
E quindi si può rispondere anche all’Ing. Giubbolini: Se il missile scoppia per interferenza ottica con l’ala destra sul velivolo dovremmo trovare i buchi di tre schegge. Due sulle ali e una sulla coda
E tre ne abbiamo trovate. Due sulle ali e una sulla coda.
E con questo, credo, si risponde anche alle motivate critiche dei P.M. quando rigettavano l’ipotesi missile a motivo che: "resta accertato che non vi sono geometrie di impatto (o meglio di attivazione della spoletta di prossimità o ad impatto) che possano causare la perdita dell’aereo senza lasciare segnature di schegge almeno sulla parte posteriore e sull’estremità dell’ala"
I buchi sono quelli, le schegge sono quelle, il missile è quello.
Resta da vedere se è vero che esiste.
 
 Un vecchio Mig 23 delle prime serie, equipaggiato con missili Atoll all'infrarosso (quelli sotto la fusoliera) e SARH (sotto le ali).
Questo sistema d'arma fu poi riservato all'esportazione, mentre i Mig23 sovietici e destinati ai paesi alleati nel Patto di Varsavia furono equipaggiati con un radar e missili più potenti, gli Apex.

.