Cap. XVI - Schegge di missili e Barbagianni
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Questo capitolo è presente anche sul libro senza disegni e immagini

Il nostro lavoro, al di la delle cadute di stile dei CTU, doveva in realtà essere stato preso seriamente dai Magistrati.
Una volta individuati i punti di scoppio delle testate si aveva una indicazione della direzione della rosata delle schegge, e quindi si sapeva dove andarle a cercare.
Perché si deve riflettere sul fatto che su un relitto lungo trenta metri, spezzettato e devastato, composto di migliaia di frammenti, se non sai cosa andare a cercare non lo troverai mai.
Le sessioni sul relitto erano una cosa complicata. Il relitto si trova in un hangar di una base dell’Aereonautica Militare, vicino Roma. Quindi ogni volta si doveva smuovere tutta una organizzazione: i passi in portineria, i Carabinieri della base che gestivano la sorveglianza, i componenti l’Ufficio (Cancellieri, poliziotti etc. del Tribunale), i periti di parte, quelli giudiziari, quelli degli inquisiti……
E poi il tempo era limitato, quindi ci preparavamo la “missione” e facevamo esattamente quello che era stato programmato: potevi passare vicino ai rottami del famoso missile poggiati per terra senza accorgertene, se non eri andato appositamente a cercarli.
A riprova voglio citare la storia del barbagianni, citata dal prof. Casarosa come uno degli elementi comprovanti la nostra (mia e di Mario Cinti) imbecillità.
 
Questa è la fotografia.
Quello che pende dalla crepa sul timone di direzione è la manica di una camicia.

Secondo lo schema ottenuto sul disegno 3D avevo una direzione preferenziale delle schegge. Dovevano aver investito l’ala destra e la coda del velivolo. Quindi mi stavo dedicando a questi elementi.
Guardando il timone di direzione vedo una manica di camicia pendere da una crepa, e si intravedeva all’interno il resto dell’indumento.
Sapevo che tredici persone erano uscite dal varco anteriore creatosi in fusoliera, e pensavo che almeno qualcuna delle grosse ammaccature che si vedevano sul bordo d’attacco della deriva e dei timoni di profondità era dovuto a qualche corpo che vi aveva impattato.
Quindi quella manica che pendeva proprio di li aveva proprio un aspetto lugubre……..
Ho chiamato il cancelliere, è venuto il maresciallo dei Carabinieri……… e lui ci ha detto che dentro l’hangar si era installato un grosso barbagianni. Poiché i vestiti dei poveri passeggeri erano accentrati dentro delle buste di plastica in un’aerea apposita dell’hangar era presumibile che l’animale avesse preso la camicia per ricavarsi un nido in una delle tante cavità del relitto, aperta su una crepa.
Detto fatto abbiamo preso il trabattello e il maresciallo si è arrampicato (agilmente devo dire, nonostante non avesse più l'età di un allievo), verificando che era proprio così, recuperando la camicia e disfacendo il nido del barbagianni.
Tutto qui, niente ipotesi strane come quelle ipotizzate da Casarosa.
La sera a casa mi sono andato a vedere le diapositive scattate quasi un anno prima, e ho potuto verificare che la manica, seppur non pendente del tutto fuori dalla crepa, c’era già.
Insomma, sul relitto ci si andava per fare cose specifiche, programmate a tavolino, e quindi per trovare una cosa dovevi sapere che cosa e dove cercare.
Quindi abbiamo chiesto di andare a cercare i segni delle schegge della testa di guerra dei missili.
Secondo il nostro schema dovevano stare sull’ala destra e sulla coda.


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Sull’ala destra ne trovammo due: una sull’alettone e una sul flap.
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Questo è il foro sul flap dell'ala destra. 
- Il foro di entrata (immagine a sinistra) è dal basso, con tutte le caratteristiche del foro di scheggia ad alta velocità: il foro sul lamierino di alluminio è netto e presenta i margini con segno di fusione del metallo.
- Il foro di uscita si presenta frammentato perchè una parte del materiale costituente il flap (la schiuma poliuretanica all'interno) è stata frammentata e accelerata dall'energia ceduta dalla scheggia causando i danni che si vedono nell'intorno del foro di uscita. All'interno del foro, che appare abbastanza regolare, si vede ancora il segno di bruciatura causato dal calore che si è sviluppato nell'attraversamento.
Questo flap è stato recuperato in mare 24 o 48 ore dopo il disastro, in una posizione circa 26 Km a nord-est rispetto al punto dell'impatto, e quindi si è staccato in volo al momento in cui il DC9 è stato colpito. Poichè l'energia lasciata dalla scheggia non può assolutamente essare sufficiente a staccare il flap si deve presumere che si sia staccato perchè investito dall'onda d'urto generata dall'esplosione della testata del missile.
Questo foro era già stato esaminato dai periti frattografi e giudicato come provocato da un oggetto a velocità "medio-alta"
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Questo foro è stato rinvenuto sull'alettone destro. Non sembra un foro di scheggia quanto piuttosto di un frammento del corpo del missile, quindi un frammento di metallo leggero, alluminio, accelerato dall'esplosione della testata.
Anche in questo caso il verso è dal basso in alto e congruente con le posizioni di scoppio indicate nella ricostruzione.
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Questi sono i vari segni riportati su una foto dell'aereo che vola
Oltre ai varchi dei due missili in questo fotomontaggio sono già evidenziati:
- i due fori sul portellone bagagli, causati da frammenti del missile
- i fori delle schegge sul flap e l'alettone dell'ala destra
- un probabile foro sul timone di profondità
Sulla parte posteriore, lato sinistro, c'è un foro di uscita di scheggia che potete vedere in fotografia quì sotto
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Questo foro è stato rinvenuto sulla parte posteriore sinistra del DC9, come indicato nella immagine.
Si tratta di un foro di uscita, quindi relativo ad una scheggia che, rispetto ai punti di scoppio indicati, ha percorso circa una ventina di metri e deve aver attraversato altre lamiere dell'aereo per poter uscire da quel punto. Quindi la sua velocità era già nettamente diminuita rispetto a quella iniziale.
Ma ancora sufficiente per dare al foro caratteristiche tali da poter fare escludere che possa derivare dall'impatto in mare.
Le "petalature" della lamiera indicano una velocità della scheggia di 7/800 mt/sec.
Non era stato evidenziato dai CTU e non è stato esaminato dai periti balistici.
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Questo foro è stato rinvenuto sulla coda, cioè sul timone di profondità destro.
Come si vede dopo l'apertura del foro la lamiera si è separata lungo una frattura.
Anche in questo caso la posizione è congruente con le posizioni di scoppio indicate, anche se appare meno evidente la possibilità di associare il foro a un oggetto che lo ha causato.

Insomma, avevamo indicato i buchi dei missili, avevamo indicato le loro traiettorie, avevamo indicato i punti di scoppio delle testate e da questi punti avevamo indicato dove avremmo dovuto trovare i buchi delle schegge. E li avevamo trovati dove eravamo andati a cercarli. Tutti con posizione e verso congruenti con le posizioni di scoppio indicate.
Ma è venuto fuori un altro problema. Erano pochi!
Pochi buchi. E’ risaputo che quando un missile scoppia trafigge l’aereo con “migliaia” di schegge”
Anzi, non lo colpisce per niente, e questo è risaputo anche dai sassi (è “rocambolesco” pensare che i missili colpiscano gli aerei, dice il CTU :-)), quindi i buchi del missile non possono esistere. Però lo trafigge con migliaia di schegge.
Noi ne avevamo trovato solo tre più una probabile. (che però si vanno ad aggiungere sui fori esterno-interno rinvenuti sul portellone del bagagliaio anteriore).

A proposito, quando sono salito sulla coda dell’aereo (6/7 metri di altezza) ho infastidito il barbagianni, che evidentemente non aveva sloggiato quando qualche giorno prima gli avevamo smantellato il nido. Così a un certo punto salta fuori e mi comincia a volare attorno minaccioso.
Ma alla fine se ne va e mi salvo dal “proditorio attacco”.
Era un barbagianni della VI Flotta. Un barbagianni "amerikano"!
Mi aveva preso per Gheddafi.
 
 
 

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