Il rapporto Piroli (Parte 1)

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Nei giorni 6 e 7 aprile 2013 il quotidiano la Repubblica ha pubblicato in esclusiva un resoconto del rapporto dell'Ammiraglio di divisione Alessandro Piroli, una "inchiesta sommaria" relativa alla vicenda che vede coinvolti i fucilieri di Marina Latorre e Girone nell'ipotesi di omicidio di due pescatori a bordo del peschereccio indiano St.Antony. Rapporto datato 11 maggio 2012.

link doc chi è Alessandro Piroli

Dall'articolo di la Repubblica del 6 aprile (rapporto Piroli):

"Per completezza di informazione si sintetizzano i risultati cui sarebbero giunte le autorità indiane (...) sono stati analizzati 4 proiettili, 2 rinvenuti sul motopesca e 2 nei corpi delle vittime. E' risultato che le munizioni sono del calibro Nato 5,56mm fabbricate in Italia. Il proiettile tracciante estratto dal corpo di Valentine Jelestine è stato esploso dal fucile con matricola assegnata al sottocapo Andronico. Il proiettile estratto dal corpo di Ajiesh Pink è stato esploso dal fucile con matricola assegnata al sottocapo Voglino".

[...]

"Qualora dovessero essere confermati i risultati ottenuti dalle prove indiane o se, a seguito di ulteriore attività forense riconosciuta anche dalla parte italiana, si riscontrasse l'attribuibilità dei colpi ai militari italiani, a quel punto, nelle pertinenti sedi giudiziarie dovrà essere appurato se l'azione di fuoco è stata interamente condotta con la finalità di effettuare tiri di avvertimento in acqua erroneamente o accidentalmente finiti a bordo", oppure se si sia deciso intenzionalmente di "indirizzare il tiro a bordo del natante".

link doc la Repubblica: articolo del 6 aprile 2012

link doc la Repubblica: articolo del 7 aprile 2012

Le circostanze indicate dal quotidiano, che dichiara di possedere la copia integrale del rapporto Piroli, sono estremamente interessanti sotto il profilo dell'analisi tecnica giudiziaria, consentendo di isolare elementi oggettivi da cui trarre indicazioni di valore indiziario utili a far luce su particolari importanti della vicenda. Per citarne alcune:

Sono quattro i proiettili recuperati e periziati dalle Autorità indiane; sono di fabbricazione italiana; esplosi da due distinte armi; identificate in due dei sei fucili dei militari italiani; riconducibili dalle rispettive matricole ai fucili in dotazione al sottocapo di II° classe Massimo Andronico e al sergente Renato Voglino; che ciascuno ed entrambe i fucili hanno colpito allo stesso modo: un proiettile a bordo del peschereccio l'altro nel corpo di una delle due vittime.

Tali evidenze escludono l'ipotesi che uno dei militari abbia commesso, volontariamente o per errore, un duplice omicidio, l'indicazione che emerge è chiara: due vittime, due colpevoli.

Indicazione "convergente" con l'operato dell'Autorità di Polizia del Kerala che nell'immediatezza, prima di aver ottenuto i risultati di qualsiasi evidenza tecnica balistica, aveva intuito di dover trarre in arresto, non uno ma entrambe i militari che avevano ammesso di aver aperto il fuoco.

Altra evidenza riportata: secondo gli inquirenti del Kerala i fucili che hanno sparato contro il peschereccio e contro le vittime non sono quelli in dotazione a Latorre e Girone, che pure hanno sempre dichiarato essere gli unici ad aver esploso dei colpi (in aria prima, in acqua poi), bensì quelli assegnati ad altri due membri del nucleo militare di protezione.

Poichè fin dall'inizio tutte le dichiarazioni e gli atti ufficiali, sia italiani che indiani, hanno indicato come autori degli spari il capo Latorre ed il sergente Girone, per la prima volta emerge un documento con l'indicazione che a sparare potrebbero essere stati altri due componenti del nucleo militare.

Nucleo composto da sei fucilieri che hanno in dotazione armi "individuali" (sei fucili d'assalto "BERETTA" mod. "SC 70/90") e armi "di reparto" (due mitragliatrici leggere "FN Minimì"), tutte armi in calibro 5.56x45 NATO, con munizionamento standard (marca Fiocchi) e tracciante (marca SMI) di fabbricazione italiana.

In sintesi il rapporto Piroli pubblicato dall'importante quotidiano ripropone nuovamente all'opinione pubblica nazionale le risultanze della "perizia balistica indiana", già esibita dai TG della RAI lo scorso 14 aprile 2012 ...

[fai click sulla foto per ingrandirla]

balistica indiana

... Introducendo allo stesso tempo elementi di novità che aprono la vicenda ad un ampio ventaglio di ipotesi, tutte da valutare.

Errore o intenzionalità:

Ammettiamo in via del tutto ipotetica che "uno dei due sia colpevole".

Durante gli spari a sua insaputa e senza averne avuto percezione alcuni colpi di avvertimento esplosi dalla petroliera in mare potrebbero essere andati fuori bersaglio e aver colpito l'imbarcazione.

Si andrebbe così a configurare l'ipotesi di omicidio colposo (nel caso di un difetto dell'arma o del munizionamento) o preterintenzionale (nel caso in cui volendo solo intimidire per errore, fortuitamente ha colpito). Questa, seppure nella sua tragicità, sarebbe un ipotesi ammissibile.

Non è invece ammissibile neanche in via ipotetica che siano "entrambi colpevoli" per un errore nel tiro:

Il caso che entrambi commettano il medesimo errore, ottenendo entrambi il medesimo risultato, mettendo a segno ciascuno un colpo sull'imbarcazione e uno sugli uomini dell'equipaggio: è impossibile.

Ammettere che in quelle condizioni abbiano fatto entrambi lo stesso errore ottenendo gli identici effetti, facendo un esempio di tipo probabilistico, è come vincere due volte di seguito un terno al Lotto usando gli stessi numeri.

Mai accaduto nella storia del mondo.

 

Ammettiamo ora in via ancor più ipotetica che "uno o entrambe i nostri militari abbiano sparato con l'intenzione di colpire".

Secondo le testimonianze rese dai superstiti del St.Antony: una delle due vittime si trova al timone. Vicino a lui sdraiato all'interno della cabina Mr.Freddy, proprietario della barca, riposa.

Fuori dalla cabina gli altri nove pescatori dormono, sdraiati sul ponte del peschereccio Punto [A].

In questa posizione le "murate" della barca offrono loro un buon riparo da tiri orizzontali, nessuno scampo da eventuali tiri provenienti dall'alto.

posizioni reciproche

Sull'aletta di dritta della petroliera punto [B] ad oltre 23mt. sul livello del mare (in pratica sul tetto di un palazzo di sette piani) si trovano due fucilieri di Marina, ben addestrati, tiratori esperti.

Dispongono di diversi caricatori da 30 proiettili ciascuno, imbracciano fucili capaci di una cadenza di fuoco di 670 colpi/minuto (oltre 11 colpi al secondo).

Sullo stesso lato della nave, sotto di loro, ad una distanza che diminuisce fino a raggiungere i 60-100mt. il loro ipotetico "bersaglio".

In tali condizioni operative, se entrambe o anche uno solo dei due militari avesse aperto il fuoco contro l'imbarcazione con la volontà di colpire gli undici uomini dell'equipaggio, il risultato sarebbe stato certamente una strage a bordo del peschereccio.

Per questi motivi a mio avviso l'intenzionalità è una ipotesi che può essere ragionevolmente esclusa.

 

Vale la pena di ricordare a margine che:

Nonostante le Autorità indiane parlino di colpi sparati con traiettorie dall'alto, a bordo del St.Antony gli unici pescatori che rimangono colpiti sono quelli che si trovano o si ergono nel corso della sparatoria al di sopra delle murate della barca. Illesi tutti quelli sdraiati sul ponte.

A bordo della Enrica Lexie non ci sono solo militari, alcuni membri dell'equipaggio della petroliera assistono all'evolversi dell'azione. La maggior parte di loro sono ufficiali e marittimi di nazionalità indiana.

Per quanto ne sappiamo, nessuno vede colpi andare a segno contro l'imbarcazione.

Al contrario, ascoltiamo un brano dell'intervista di Antonio Iovane al Capitano Carlo Noviello, comandante in seconda della petroliera italiana, testimone oculare dei fatti.

brano dell'intervista a Carlo Noviello (con traduzione in inglese)

video repubblica.it - versione integrale dell'intervista

 

I fucili dei fucilieri

Tornando alle affermazioni contenute nel rapporto Piroli, sorprende leggere, ad oltre un anno dall'incidente, del possibile coinvolgimento di altri militari.

Anche qui si possono avanzare alcune ipotesi:

IPOTESI 1 - Lo scambio dei fucili.

Rispetto a quello che scrive "la Repubblica" l'ipotesi più immediata è che i militari si siano involontariamente scambiati i fucili.

Due le possibilità immaginabili:

(A) Conservati in una sorta di rastrelliera i fucili erano abitualmente presi in consegna e utilizzati "a caso", indipendentemente dalle attribuzioni personali e dal momento più o meno operativo;

(B) Che solo in quella specifica circostanza, a seguito dell'allarme e nella concitazione del momento, ognuno ha preso un fucile "a caso", senza curarsi di verificarne la matricola.

La prima delle due possibilità trova sostanziali elementi contrari.

  1. L'assegnazione formale dell'arma al militare comporta oltre l'utilizzo esclusivo anche l'obbligo di custodia sotto la personale responsabilità;
  2. Le implicazioni giuridiche dell'uso in attività a fuoco dell'arma assegnata ad un altro, è cosa ben chiara a chiunque, nelle Forze Armate e di Polizia. Figuriamoci se non lo fosse a professionisti di grande esperienza che operano in scenari internazionali;
  3. L'efficienza dell'armamento individuale. Ogni militare è tenuto a custodirlo e curarne l'efficienza, effettuando periodicamente piccole manutenzioni, regolando i congegni di mira adeguandoli alle specifiche personali necessità;

Latorre in addestramento

Massimiliano Latorre in attività addestrativa

  1. La prassi addestrativa, dove ogni militare che si esercita periodicamente al tiro (anche in navigazione) deve poi rendere conto della cosa. Riempiendo un apposito rapporto in cui si indica data, ora, luogo, numero dei colpi sparati, il tipo. Ottenendo in questo modo il reintegro delle cartucce nella propria dotazione personale;
  2. La prassi operativa. Quanto detto per la prassi addestrativa assume ancora più valore nel caso in esame, che è reale ed operativo. L'impiego delle armi va giustificato, motivato, contestualizzato, indicando puntualmente l'arma utilizzata, i colpi sparati e ogni altro dettaglio utile alle successive indagini. Obbligatorio atto dovuto da parte dei militari a bordo, investiti di funzioni di Polizia Giudiziaria.

Questi elementi, contrari a che esistesse una prassi in cui le armi erano custodite e usate alla rinfusa porta a scartare senz'altro questa possibilità.

 

Resta da esaminare l'altra possibilità, quella della "concitazione".

In realtà l'imbarcazione in avvicinamento viene avvistata sulla Enrica Lexie tramite radar quando si trova a 2,8 miglia di distanza (circa 5 km.) quando l'imbarcazione è praticamente ancora invisibile ad occhio nudo.

Dallo stesso resoconto dell'Amm. Piroli riportato da la Repubblica si legge che i primi "atti" (segnalazioni acustico-luminose, esibizione delle armi, ...) furono eseguiti quando l'imbarcazione era a circa 800 mt.

Se consideriamo la velocità tipica di un peschereccio tipo il St.Antony, che può navigare a circa 8/10 nodi max. (dato fornito da responsabile della Guardia Costiera indiana) percorrendo quindi circa 300 mt./min.

Ne consegue come dal momento dell'avvistamento a 5 km. a quando iniziano le reazioni (flash ed esibizione delle armi), ad 800 mt. dalla nave, passano almeno 14 minuti; un altro minuto occorre (da 800 a 500 metri) per giungere ai primi "warning shot" (tiri dissuasivi in acqua).

Dal momento dell'avvistamento radar per almeno un quarto d'ora si tiene sotto osservazione l'imbarcazione e si ha tutto il tempo di prepararsi seguendo le procedure operative, compresa quella banalmente ovvia di imbracciare ognuno la propria arma.

Direi che si possa escludere anche la "concitazione".

Conclusioni:

L'intera ipotesi dello scambio delle armi fra i componenti del nucleo militare a bordo della Enrica Lexie può essere ragionevolmente scartata. Può restare nell'analisi come "mera supposizione" e fino a "prova contraria".

 

IPOTESI 2 - Errore di attribuzione delle matricole durante la prova di sparo e la perizia balistica.

In sostanza l'errore di trascrizione lo hanno fatto gli Inquirenti indiani scambiando le matricole dei fucili nel corso della perizia.

Conclusioni:

L'ipotesi può ragionevolmente essere scartata, perchè come vedremo le Autorità indiane molto probabilmente non conoscevano le singole attribuzioni delle matricole dei fucili ai sei militari italiani. Resta come "mera supposizione" e fino a "prova contraria".

 

IPOTESI 3 - Le attribuzioni sono giuste, i colpi refertati provengono dai fucili di Voglino ed Andronico.

Anche in relazione a questa ipotesi dobbiamo valutare diverse possibilità:

(A) Che gli Inquirenti indiani non sapessero che i numeri di matricola dei fucili che hanno esploso i proiettili refertati fossero quelli in dotazione ad Andronico e Voglino;

(B) Che lo sapessero.

La valutazione del caso A è la più semplice.

Se non conoscono le singole corrispondenze fra numeri di matricola delle armi e i diversi componenti del nucleo militare, gli Inquirenti indiani suppongono ragionevolmente che i due fucili incriminati siano quelli di Latorre e Girone, avendo questi ammesso di essere gli unici ad aver sparato.

Hanno recuperato i proiettili di due fucili, hanno due "quasi" rei confessi. Ne consegue che gli inquirenti indiani "sono indotti a credere" che i colpevoli siano Latorre e Girone. Li incriminano e li tengono in stato di arresto e in attesa del processo.

La valutazione del caso B è leggermente più complessa.

Merita di essere ricordato che il 30 marzo 2012 alcuni ufficiali della polizia di Kochi tornano a bordo della nave, per interrogare, alla presenza del Console generale Giampaolo Cutillo e con l'ausilio di un questionario di 15 domande, gli altri quattro marò rimasti a bordo (Antonio Fontana, Alessandro Conte, Renato Voglino e Massimo Andronico) in particolare ai quattro marò sono stati chiesti particolari riguardanti le matricole e la descrizione delle armi che avevano a disposizione.

E' del tutto evidente che se gli inquirenti del Kerala fossero stati a conoscenza delle singole attribuzioni personali dei numeri di matricola delle armi sequestrate, avrebbero avuto la "prova" che a colpire furono Andronico e Voglino e avrebbero chiesto l'incriminazione dei due quando ancora erano a bordo della Enrica Lexie bloccata nel porto di Kochi, ovvero scagionando dall'imputazione di omicidio Latorre e Girone, incriminabili al massimo per le false dichiarazioni fornite nella fase iniziale delle indagini.

Non c'era motivo che, avendo o credendo di avere la prova contro i reali colpevoli, mantenessero l'incriminazione contro due che sapevano estranei e innocenti, mentendo ai loro superiori e all'opinione pubblica.

Rischiando che, in qualsiasi momento, durante o dopo il processo della Magistratura italiana i due "colpevoli" o gli altri due membri del nucleo militare, o gli stessi Latorre e Girone eventualmente condannati innocenti in India rivelassero la circostanza.

Senza poter escludere che la notizia potesse prima o poi trapelare da fonte indiana, essendo inevitabilmente a conoscenza di diverse persone che hanno partecipato con ruoli diversi alla perizia balistica.

Conclusioni:

Si può accettare l'ipotesi che gli Inquirenti indiani non sapessero le attribuzioni dei numeri di matricola dei fucili ai singoli militari, altrimenti avrebbero indagato e probabilmente incriminato Andronico e Voglino per omicidio, scagionando Latorre e Girone da questa accusa.

Si conclude inoltre, proprio dal rapporto dell'Amm. Piroli, che le Autorità italiane sapessero le singole attribuzioni dei numeri di matricola, il che è del tutto ovvio ma occorre rimarcarlo per le conseguenze che comporta e che in questa sede non sembrano pertinenti.

IPOTESI 4 - Gli Inquirenti del Kerala hanno costruito "false prove" a carico.

Ipotesi senz'altro pesante ma che in sede di analisi tecnica giudiziaria deve essere considerata, soprattutto di fronte all'evidenza che gli inquirenti del Kerala "non sapessero" le singole attribuzioni dei numeri di matricola dei fucili.

"E' evidente" che, se Latorre e Girone hanno ammesso di aver sparato, i proiettili che hanno colpito uomini e peschereccio devono "necessariamente" provenire dai loro fucili.

Ma quali sono i fucili di Girone e Latorre?

Per gli Inquirenti indiani sono due dei sei fucili sequestrati, perchè non conoscono le singole attribuzioni dei numeri di matricola.

Per determinare quali dei sei, effettuano le cosi dette prove di sparo.

Con i sei fucili Beretta sparano uno o più colpi all'interno di una vasca piena d'acqua, un blocco di gelatina balistica o altro materiale che permetta poi di recuperarli.

"prove di sparo" effettuate in un laboratorio forense statunitense

I proiettili recuperati vengono esaminati al microscopio comparatore insieme a quelli ritrovati nei corpi delle due vittime e sul peschereccio, per determinare la corrispondenza delle specifiche "rigature" lasciate dall'arma sui proiettili in fase di sparo.

esame effettuato tramite microscopio comparatore

In casi particolari quando i proiettili sono frammentati (come di solito accade ai "nostri" calibro 5.56x45 NATO) sono necessarie analisi chimico-fisiche molto più sofisticate per verificare con l'ausilio di uno spettrometro di massa la rispondenza delle leghe metalliche che ne compongono i minuscoli frammenti (tipicamente leghe di rame, leghe di piombo e leghe di acciaio) e la composizione degli altri residui refertabili (ad esempio i residui di polvere da sparo).

analisi spettrometrico

Analisi spettrometrica: le particelle che compongono una "traccia" di vernice verde
lasciata da un colpo ricevuto su un giubotto tattico "corrisponde"
a quella impiegata per colorare la punta dei proiettili sequestrati al sospettato.

La frammentazione del proiettile calibro 5.56x45 NATO all'impatto non è una remota possibilità, al contrario.

ricostruzione tridimensionale dell'impatto di un proiettile cal.5,56

Nell'immagine successiva: (a sinistra) i risultati di varie prove di sparo al variare della velocità di impatto (quindi della distanza); (a destra) la dispersione dei frammenti metallici del proiettile, dopo l'impatto coi tessuti molli di un corpo umano, osservata ai raggi X.

frammentazione proiettile cal.5,56

In caso di frammentazione, essa dovrà poi risultare compatibile con le specifiche dell'arma, il tipo di munizionamento, la distanza di tiro, il tipo di "target" e molte altre circostanze.

Questo per spiegare come:

nel corso delle complesse analisi tecniche forensi, non è sufficente la semplice corrispondenza dei proiettili se altri fattori risultano "non congrui" con l'ipotesi investigativa che si sta cercando di "provare".

Solo l'esito della comparazione tra i referti ottenuti nelle prove di sparo con quelli estratti dalle vittime nel corso dell'autopsia e quelli recuperati dalla Polizia del Kerala a bordo del peschereccio, darà modo di identificare con certezza se, e quale arma ha messo a segno i colpi.

l'opinione

Il lavoro di analisi dimostra l'innocenza di due cittadini italiani. Puo' essere confutato, discusso vivisezionato e ritenuto poco credibile, anche se abbiamo studiato a lungo la cosa e siamo in grado di ribattere. Ma il silenzio si spiega anche con il fastidio di tanta parte dell'informazione verso chi ha fatto il lavoro che sarebbe stato compito di un giornalismo rigoroso e senza pregiudizi...

Ma e' una battaglia, la nostra, che continua. Vi chiedo di aiutarci a diffonderla. Comunque vada, non molliamo.
                          (Toni Capuozzo)

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