di Richard Lindzen *
Il mondo è destinato alla catastrofe ambientale. O almeno, questo
è quanto ci viene incessantemente ripetuto da politici e sedicenti
esperti. Costoro ci avvertono che, se non saremo capaci di attuare drastici
cambiamenti, la Terra verrà devastata dai mutamenti del clima e
dal riscaldamento globale.
Intere specie andranno perdute, le coltivazioni saranno annientate,
alluvioni e carestie spazzeranno il pianeta e le economie del mondo occidentale
precipiteranno nella più nera delle recessioni.
Come tutti sanno, vi sono state numerose profezie di sventura su scala
globale. Tra di esse, forse nessuna ha raggiunto le vette retoriche del
rapporto di Sir Nicholas Stern sulle conseguenze economiche del mutamento
climatico. Con una convinzione scevra da dubbi, l’autore afferma che: «Le
prove scientifiche sono ormai preponderanti. Il cambiamento del clima presenta
gravissimi rischi su scala globale ed esige una urgente risposta sulla
medesima scala».
Lo studio, commissionato dal governo britannico nel luglio del 2005
e pubblicato con grande clamore nell’ottobre del 2006, appariva particolarmente
autorevole, in quanto Stern, Direttore del Government Economic Service,
è uno dei funzionari statali di maggior livello in Gran Bretagna.
Le sue conclusioni, inoltre, apparivano estremamente solide dal punto
di vista scientifico, giacché la ventina di funzionari incaricati
di stilare il rapporto aveva consultato una vastissima gamma di dati e
studi pubblicati.
Tony Blair ha definito il rapporto Stern come il documento più
importante mai realizzato nel corso dei dieci anni del suo mandato come
Primo Ministro e ha fatto un appello affinché il piano d’azione
delineato nel rapporto, che prevede una maggiore regolamentazione e un
aumento della tassazione, venga adottato in toto.
«Questo disastro non si verificherà in un lontano futuro
fantascientifico, ma nel corso della nostra vita» ha detto Blair,
che ha proseguito affermando che «al mondo non esiste un problema
più grave, più urgente e più arduo da affrontare del
mutamento climatico».
Tutto ciò ha contribuito a far sì che il rapporto Stern
si trovasse al centro del dibattito. Il leit motiv del rapporto consiste
nell’asserzione che nella comunità scientifica esista un consenso
pressoché unanime in merito ai pericoli posti dal cambiamento del
clima. Questa asserzione, in realtà, è falsa: tra gli scienziati
non esiste alcuna unanimità.
In tutte le 550 pagine del suo rapporto, Stern mostra una baldanzosa
sicurezza, come se in merito alle questioni affrontate non esistesse alcun
dubbio.
E tuttavia, questa sicumera non è in alcun modo giustificata
dalla realtà scientifica. Per Stern e i suoi alleati politici sarà
una scomoda verità, ma in realtà i fatti concreti a sostegno
delle sue tesi di così ampio respiro sono a dir poco esigui.
In una recente dichiarazione, Stern ha candidamente ammesso che, quando
il governo britannico gli ha commissionato lo studio, aveva una vaga idea
di cosa fosse l’effetto serra, ma non era del tutto sicuro.
Questa incapacità di comprendere la scienza del clima traspare
da ogni pagina del rapporto. Stern equivoca il significato dei dati, distorce
le prove al fine di conformarsi ai dogmi dei suoi mandanti politici, spara
più o meno a casaccio cifre di ogni tipo, suscita allarmismo invece
di favorire una discussione razionale e inventa di sana pianta la storia
del clima terrestre.
Il rapporto Stern è costellato di fondamentali errori concettuali.
L’autore sembra essere convinto che la previsione del clima sia una scienza
ormai matura, nata sul principio del Diciannovesimo secolo. Questo abbaglio
è certamente la causa del tono di certezza dei suoi pronunciamenti.
In realtà, quella della previsione del clima è una disciplina
relativamente recente, nata da pochi decenni grazie, almeno in parte, allo
sviluppo dei calcolatori elettronici.
Non vi sono certezze sul passato, né tanto meno sul futuro.
Stern dichiara baldanzosamente che l’innalzamento delle temperature globali
recentemente registrato non ha precedenti negli ultimi mille anni di storia.
In realtà non è possibile avere alcuna certezza in merito,
in quanto i dati relativi ai secoli passati sono del tutto inaffidabili.
Nella migliore delle ipotesi, abbiamo a disposizione misure accurate
per gli utlimi cinquant’anni. Le sole misurazioni attendibili della temperatura
su scala globale sono fornite dai palloni meteorologici, a partira dal
1958 e dai sistemi di misurazione a microonde, a partire dal 1978.
I dati desunti da questi sistemi indicano una blanda tendenza al riscaldamento,
ben lungi dall’avvicinarsi alle profezie apocalittiche di Sir Nicholas.
Per giunta, questa leggera tendenza potrebbe tranquillamente essere
causata da irregolarità, quali eruzioni vulcaniche o fenomeni meteorologici
come El Niño (consistente in una considerevole fluttuazione delle
temperature oceaniche del Pacifico, che ha conseguenze sul clima).
A sostegno delle sue cupe profezie, Stern – come tutti i fanatici del
riscaldamento globale – ignora tutte le prove che non si adattano alla
sua ideologia. Stern glissa sul fatto che, sulla base di una serie di resoconti
storici, nel Medioevo l’Europa era decisamente più calda di quanto
non sia oggigiorno, mentre nel Diciassettesimo secolo la temperatura era
inferiore, causando la cosiddetta “Piccola Era Glaciale”, durante la quale
spesso il Tamigi rimaneva gelato per mesi di fila.
Stern, peraltro, parla di un «notevole scioglimento dei ghiacci
e un aumento del ghiaccio galleggiante nelle acque circostanti la Groenlandia,
causato dall’innalzamento globale della temperatura».
Con tutto ciò, diversi studi scientifici di impeccabile serietà
hanno mostrato come in realtà la massa della calotta glaciale della
Groenlandia si stia ampliando, mentre Stern, per giunta, omette il fatto
che oggigiorno le temperature della Groenlandia sono inferiori a quelle
registrate nel 1940 e hanno esibito variazioni minime dagli anni Ottanta
del Settecento, quando iniziò la registrazione
di tali misurazioni.
Agli ambientalisti piace toccare le corde più sentimentali,
mostrando immagini di orsi polari in affanno su ghiacci che, ci viene detto,
sono sempre più ridotti.
Quello che non ci viene detto è che oggi si stima che vi siano
22.000 orsi bianchi, rispetto ai 5.000 del 1940.
Peraltro non possiamo essere certi che i mutamenti di lungo periodo
del clima siano dovuti all’umanità.
Esistono svariate altre possibili spiegazioni; tra di esse, ad esempio,
vi è l’ipotesi che la causa principale del mutamento climatico siano
le radiazioni solari.
In effetti il clima può fluttuare anche in assenza di una qualsivoglia
causa esterna, altra considerazione bellamente ignorata dal rapporto Stern,
che preferisce ripetere l’idea di moda che il capitalismo occidentale sia
l’unico responsabile di ogni siccità e ogni disastro che si abbatte
sul pianeta.
Peggio ancora, Stern non tiene in nessuna considerazione la capacità
dell’umanità di adattarsi all’ambiente e di migliorarlo. Sarebbe
difficile mettere in discussione l’asserzione che, più di un secolo
dopo il culmine della Rivoluzione industriale, la Gran Bretagna è
oggi un Paese più pulito, più sano e meno inquinato di quanto
non fosse sul finire dell’epoca vittoriana, quando imperavano smog, malattie
e bassifondi degradati.
La scienza autentica consiste nel raccogliere dati e nel mettere alla
prova le proprie teorie, e non nel fare da claque per questa o quella ideologia.
È questo l’aspetto che più turba dell’attuale dibattito
in tema di riscaldamento globale. Il salutare scetticismo, che dovrebbe
trovarsi al cuore di ogni indagne scientifica, viene trattato con disprezzo.
Lungi dall’essere il solido capolavoro che vorrebbe Blair, il rapporto
Stern è manifestamente inadeguato. Si tratta di una ripetizione
del “dodgy dossier” (il famoso rapporto dei servizi segreti britannici
che asseriva l’esistenza di arsenali di armi di distruzione di massa nell’Iraq
di Saddam Hussein), nel quale ogni asserzione viene presentata come se
fosse un fatto assodato e i
dati vengono distorti per favorire un ben preciso obiettivo politico.
Personalmente sono d’accordo con quell’economista che ha osservato:
«Se un mio studente mi presentasse questo rapporto per la sua tesi
di Master, se fossi di buon umore gli darei un voto appena sotto la sufficienza
per l’impegno dimostrato, ma più probabilmente lo cestinerei senza
tanti complimenti».
Ormai ci stiamo allontanando dalla scienza per entrare nel regno del
fanatismo religioso, dove i seguaci della fede, colmi di indignazione e
certi della propria rettitudine, sono convinti di possedere una verità
superiore.
Come una religione, l’ambientalismo è pervaso da un odio per
il mondo materiale e, come la religione, pretende dai suoi seguaci devozione,
e non rigore intellettuale.
L’ambientalismo non tollera il dissenso: chi mette in dubbio le profezie
di sventura viene considerato alla stregua di un eretico, di qualcuno che
“nega il mutamento climatico”, per servirsi di un’espressione ormai comune
e che riecheggia l’accusa di “negare l’Olocausto”.
Inoltre, proprio come avviene per numerose religioni, la via per la
salvezza consiste nell’esecuzione di rituali superstiziosi, come sostituire
una lampadina con una a basso consumo o piantare un albero dopo un viaggio
in aereo.
L’aspetto veramente tragico, tuttavia, è in modo in cui questa
ideologia di dubbio valore ha raggiunto una prosizione predominante nella
nostra vita pubblica.
I politici adorano l’ordine del giorno dei verdi, com’è ovvio
che sia, in quanto seguirne le raccomandazioni significa più controlli,
più regolamentazione, più tasse, più incontri al vertice
e più occasioni di mettere in mostra con il dovuto sussiego il proprio
zelo.
La tragedia è che gente come Sir Nicholas Stern si serva di
una scienza fasulla per perseguire i propri scopi.
* Richard Lindzen è Ordinario di Meteorologia presso il
Massachusetts Institute of Technology.
** Questo articolo è apparso originariamente l’8 marzo 2007 sul
quotidiano londinese Daily Mail con il titolo “Global Warming: The Bogus
Religion of Our Age”.
N. 52 – 14 marzo 2007**
IBL Focus |