Siamo troppi sulla Terra?
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La fame nel mondo dipende dalla eccessiva popolazione? 
L’idea non è nuova. Cose vecchie. Già ai tempi di Tertulliano (ca. 155 - 245 DC), quando sulla terra vivevano solo 190 milioni di persone, si denunciava la catastrofe incombente per la sovrappopolazione.

La teoria dell’incompatibilità tra aumento delle nascite e diffusione del benessere risale a Thomas Malthus (1766 – 1834), con il suo “Saggio sul principio di popolazione” del 1798. 
Lo spunto di questo saggio fu dato dalla nuova legislazione, varata nel 1795, per l’assistenza ai poveri. Era stato deciso di accordare un sussidio a quanti non ricevevano un salario sufficiente per vivere. Questo sussidio veniva finanziato con tasse a carico degli abitanti di ogni parrocchia.

Malthus si scagliò contro questa legge sostenendo che, mentre la produzione alimentare cresce seguendo una progressione aritmetica (1,2,3,4…), la popolazione cresce invece seguendo una progressione geometria (2,4,8,16…) : per questo motivo l’umanità si sarebbe ridotta alla fame se non avesse fermato la crescita della popolazione. 
La storia ha dimostrato che Malthus ha sbagliato tutto sia nel metodo che nelle previsioni. Dal punto di vista demografico, se i calcoli di Malthus fossero stati esatti, oggi la popolazione mondiale conterebbe 256 miliardi di individui e invece abbiamo appena raggiunto la soglia dei sei miliardi. 
Per quanto riguarda la crescita della produzione Malthus non tenne in alcun conto gli effetti del progresso tecnico e della crescita del capitale umano. Ma sulla bontà del progresso umano e civile degli ultimi secoli, realizzato anche grazie agli enormi avanzamenti in campo scientifico e tecnologico, non ci sono dubbi. E’ vero che tra il 1820 il 1990 la popolazione mondiale è quintuplicata, ma nello stesso periodo l’economia nel suo complesso è cresciuta di 40 volte. 
Il mondo moderno offre all’umanità grandi opportunità. La ricerca scientifica, lo sviluppo economico, la disponibilità di alimenti e i progressi della scienza medica forniscono la prospettiva di una vita in continuo miglioramento, come mai è accaduto in tutta la storia del genere umano. Nel campo sanitario, ad esempio, medici illustri hanno affermato che nel corso degli ultimi cento anni, la medicina ha fatto più progressi che in tutti i secoli precedenti, a partire da Ippocrate e Galeno. 

Si va affermando una ecologia fondata su una concezione più ottimista dell’uomo e delle sue potenzialità. Un uomo che non è maledizione, ma benedizione del pianeta. Un uomo che non è un problema, ma una soluzione. Un uomo che non è impoverimento, ma ricchezza per il mondo. Un uomo che, pur con tutte le sue imperfezioni è creato a immagine e somiglianza di Dio e che dispone quindi di tutte le potenzialità per rendere più bello e più giusto il mondo dove viviamo. Un uomo la cui prole suscita speranza e non disperazione, sia per l’umanità che per l’intero creato.
La prosa di Malthus è affascinante e generosa : s’avverte la preoccupazione sincera di un pastore protestante per il suo gregge. Forse per questo ha fatto proseliti. Il ritornello malthusiano è diventato un canto polifonico nel Novecento: ad intonarlo, soprattutto gli ecologisti, di varia fede e diverso colore.

Da tempo ci si domanda se la crescita della popolazione, l’avanzamento della scienze ed il progresso economico rappresentino un vantaggio o siano invece la causa di un crescente danno all’ambiente naturale. 
Questa domanda, seppur semplificata nella forma, racchiude l’essenza del dibattito sui temi della tutela dell’ambiente perché affronta il problema della sostenibilità ambientale di una popolazione crescente. Fin da quando Ernst Haekel (1834-1919) ideò il termine “ecologia”, ambientalisti, demografi, economisti, scienziati e filosofi hanno discusso in che maniera l’incremento demografico, il miglioramento economico e sanitario, lo sviluppo scientifico e tecnologico interagiscano con l’ambiente naturale.

Nella discussione tra le differenti scuole di pensiero sono emerse visioni contrastanti, che sono parse difficilmente conciliabili perché costituiscono elemento fondante di diverse concezioni dell’uomo e filosofie di vita. Tra di esse si sono distinte due posizioni interpretative in forte contrasto tra di loro :
* da una parte la visione più “pessimista”, quella di coloro che si rifanno alle teorie di Malthus, i quali considerano l’incremento demografico e lo sviluppo industriale ed economico fenomeni letali per la sopravvivenza ambientale del pianeta Terra.
* dall’altra parte ci sono invece i pensatori più “ottimisti”, i quali ritengono che la crescita demografica ed il progresso scientifico ed economico siano la migliore espressione delle capacità umane di progredire e indicano in questi avanzamenti la più sicura garanzia di una sempre migliore protezione dell’ambiente. Questa scuola di pensiero indica nell’uomo la più grande ricchezza del pianeta. .

Negli anni Sessanta, in conseguenza di uno sviluppo industriale incalzante e caotico, si era diffusa la consapevolezza che la crescita globale della popolazione fosse divenuta preoccupante. Occorrerà attendere però l'inizio degli anni 70 affinché questa nuova sensibilità collettiva si traduca, sul piano internazionale, in azioni significative capaci di definire nuovi modelli di sviluppo alternativi a quelli dimostratisi dannosi per l'ambiente. 
Una relazione del Segretario Generale delle Nazioni Unite del 1969, intitolata “Problems of the human environment” citava :“la crescita esplosiva della popolazione umana” come primo tra i presagi di una crisi di portata mondiale che avrebbe investito la relazione tra l’uomo e il suo ambiente Quella relazione rappresentò un passo cruciale verso l’organizzazione da parte delle Nazioni Unite, della Conferenza sull’Ambiente Umano di Stoccolma nel Giugno 1972, che è stata la prima Conferenza intergovernativa sulla protezione dell’ambiente. Con la Conferenza di Stoccolma, vengono infatti enunciati per la prima volta in sede internazionale alcuni di quei principi che avrebbero portato più tardi ad una precisa definizione del concetto di sviluppo sostenibile 
La Dichiarazione conclusiva della Conferenza affermava che “la crescita naturale della popolazione presenta continuamente problemi per la salvaguardia dell’ambiente e per affrontare tali problemi si dovrebbero adottare politiche e misure adeguate”. La Conferenza di Stoccolma non prese tuttavia posizione sugli effetti globali della crescita demografica, riconoscendo che in certe aree tale crescita poteva frustrare i tentativi di promuovere lo sviluppo, mentre in altre la densità della popolazione era troppo bassa per consentire un’attività economica efficiente.

La prima Conferenza globale e intergovernativa sulla popolazione è stata tenuta a Bucarest nel 1974, seguita, dieci anni dopo dalla seconda Conferenza globale sulla popolazione (“International Conference on Population”) svoltasi a Città del Messico nel 1984. Questa seconda Conferenza, andava oltre il risultato di Bucarest, suggerendo di tenere in conto la necessità di uno sviluppo economico sostenibile a lungo termine dal punto di vista ambientale. . La definizione più diffusa a livello internazionale di sviluppo sostenibile è quella fornita nel 1987 dal rapporto "Our Common Future" (WCED 1987) della Commissione Indipendente per l'ambiente e lo sviluppo (“World Commission on Environment and Development”, WCED) presieduta dal primo ministro norvegese, Signora Gro Harlem Brundtland .
La definizione di "sviluppo sostenibile", come "sviluppo che risponde alle necessità del presente senza compromettere la possibilità per le generazioni future di far fronte alle proprie esigenze", si presta a qualche equivoco interpretativo.

Scrive Mihail Gorbaciov, già Presidente dell’URSS, in un articolo dal titolo “Il futuro dimenticato”, pubblicato da “La Stampa” del 26 Agosto 2002:” Avevamo in molti l’impressione che, con la fine della guerra fredda, e con la caduta del muro di Berlino che ne fu il simbolo più visibile, l’umanità avrebbe potuto finalmente guardare al futuro con speranza. Sembrava che la comunità mondiale, liberata dalla paura della minaccia atomica, dagli impacci della contrapposizione ideologica, avrebbe potuto incamminarsi sulla via di uno sviluppo stabile, intraprendere misure urgenti per la lotta contro la povertà e contro gli effetti catastrofici dell’inquinamento ambientale, modificare il carattere della globalizzazione, includendo in essa concetti essenziali come la solidarietà, i diritti umani, le libertà individuali. Purtroppo queste possibilità sono state usate come minimo insufficientemente”.

Non vi è dubbio infatti che l'attuale modello di sviluppo non è gradito alla maggioranza degli abitanti del pianeta. A fronte di un quinto della popolazione mondiale che vive nei Paesi ricchi con un più che soddisfacente livello di vita, due miliardi di persone e cioè un terzo della popolazione mondiale, non ha accesso a forme di energia commerciale e un miliardo non dispone di elettricità o di acqua potabile. Questo modello di sviluppo, gradito alle popolazioni più benestanti, non può essere certo accettato e condiviso da chi vive al limite della sopravvivenza. L'energia è infatti un bene prezioso, un fattore essenziale e motore trainante per lo sviluppo e il progredire del genere umano, il miglioramento del livello di benessere essendo intimamente legato al consumo medio di energia pro capite, globale o primaria nei Paesi in via di sviluppo o elettrica nelle società più evolute.

Successivamente la Conferenza delle Nazioni Unite su “Ambiente e Sviluppo”, più nota come “Earth Smmit”, tenutasi a Rio De Janeiro nel 1992, costituì una pietra miliare nelle evoluzioni del consenso internazionale sulle relazioni tra popolazione,sviluppo e ambiente.
La tendenza maltusiana è stata prevalente dalla fine degli anni Sessanta fino alla metà degli anni Novanta del secolo scorso, influenzando notevolmente sulla formulazione delle politiche ambientali. Negli ultimi anni sta invece prevalendo la tendenza opposta; tra gli economisti che hanno ricevuto il Premio Nobel dal 1992 ad oggi è diffusa la convinzione che la teoria di Malthus sia errata, sia nelle previsioni che nel metodo.

In questi anni, la crescita della popolazione e lo sviluppo economico e scientifico sono stati spesso accusati da una certa cultura ecologista di rappresentare una minaccia mortale per la sopravvivenza del pianeta. Il parametro culturale "neomalthusiano", che e' stato predominante nel pensiero "verde" degli ultimi trenta anni, considera l'uomo come "il cancro del pianeta". 
Tuttavia tale concezione si e' dimostrata errata. La crescita della popolazione, invece di essere una minaccia, si e' rivelata una risorsa insostituibile per la crescita economica ed il progresso civile.
Lo sviluppo scientifico e tecnologico ha permesso di moltiplicare la produzione alimentare e la disponibilità delle risorse. Il progresso economico ha permesso una sempre maggiore allocazione di fondi verso progetti di difesa ambientale.
C'e' ancora molto da fare per vincere il sottosviluppo, che e' la vera causa di problemi come la scarsita' alimentare e il degrado ambientale; ma questo sara' possibile a partire da un concezione più ottimista dell'uomo e delle sue potenzialità.
Dal “Club di Roma” di Aurelio Peccei (inesauribile fonte di previsioni catastrofiche : la fine del mondo dovrebbe esser già avvenuta) ad autori come Paul Erlich e Lester Brown. Inoltre oggi l’UE stanzia finanziamenti per 44 milioni di dollari l’anno a favore del “Population fund” dell’ONU e dell’”International planned parenthood federation” i due maggiori sponsor della lotta alla “sovrappopolazione”.

Ma siamo davvero in troppi? 
Cominciamo a sgombrare il campo da semplificazioni pericolose, tipo quella che il mondo sarebbe preda di una “esplosione demografica”. E’ vero che fra il 1950 e il 1987 la popolazione mondiale è raddoppiata, siamo passati da 2,5 a 5 miliardi. Però è altrettanto vero che il tasso di incremento, dal 1970, sta costantemente diminuendo (é passato dal 2,1 del 1965-70 all’attuale 1,4%). Che questo “trend” si stia consolidando lo conferma l’Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO), secondo la quale i tassi totali di natalità (il numero di nascite per ogni donna) sono scesi dal 4,5 del 1970 al 3,3 del 1990. 

Non solo. L’idea che “fame” e “sovrappopolazione” siano l’una la conseguenza dell’altra implica il pregiudizio che un’alta densità di popolazione debba essere sinonimo di carestia. Se fosse vero, non si capisce perché soltanto 7 dei 21 Paesi più poveri del mondo abbiano una densità di popolazione superiore ai 100 abitanti per kmq, mentre tra i 21 Paesi più ricchi ben 12 superano questa cifra. Come ha notato (su “Federalismo e libertà”) Giorgio Bianco, studioso attento a queste problematiche, se l’India ha una densità di 284 abitanti per kmq, il Belgio ne fa registrare 331, il Giappone 332, l’Olanda 378, Singapore 5373, Hong Kong 5956. 
La superficie del Madagascar è quasi il doppio di quella del Giappone (587040 kmq contro 377835), eppure gli 11 milioni di malgasci muoiono di fame mentre i 126 milioni di giapponesi (con i loro 38160 dollari di reddito pro capite) sono il popolo più ricco al mondo dopo gli svizzeri. E la terra del Sol levante non abbonda certo di risorse naturali.

E’ proprio vero, allora, che “la fame vincerà sempre più, perché ci rifiutiamo di ammettere che la soluzione non è di aumentare il cibo ma di diminuire le bocche da sfamare”, come ha scritto Giovanni Sartori sul “Corriere della Sera” (31.12.2001 e 9.6.2002)?
Sembrerebbe di no, tenuto conto che l’incremento della produzione di cibo ha superato la crescita della popolazione, in media, di circa l’1% l’anno da quando si sono cominciate a raccogliere statistiche serie sull’alimentazione mondiale, nel 1940. Alcuni esperti sostengono che già oggi saremmo in grado di sfamare adeguatamente 40 o 50 miliardi di persone, cioè otto o dieci volte la popolazione mondiale.

Perché non si riesce a realizzare questo obiettivo, che pure sarebbe a portata di mano sulla carta?
L’ha spiegato bene l’economista David Osterfeld : “Dove la gente muore, è a causa della guerra (come in Etiopia) o delle politiche dei governi che in nome della modernizzazione, della industrializzazione penalizzano i contadini tassandoli a livelli proibitivi (come in Nigeria, Ghana, Kenya), e per la non equa distribuzione delle risorse, non certo poiché la popolazione sta eccedendo i limiti naturali di quello che il mondo può sopportare”. 
Si arriva quindi, con l'anno 1987, ad una tappa fondamentale della evoluzione del concetto di sviluppo sostenibile, è l'anno in cui a Tokio si svolge la Conferenza delle Nazioni Unite per l'Ambiente e lo Sviluppo (UNCED) ed è proprio in tale occasione che viene presentato il "Rapporto Brundtland" secondo il quale la protezione dell'ambiente smette di essere considerata come un limite allo sviluppo economico e sociale per diventarne invece un presupposto fondamentale. 
In tale occasione viene inoltre definito il concetto di sviluppo sostenibile quale ancora oggi è universalmente riconosciuto, secondo tale definizione lo “sviluppo sostenibile consiste nella realizzazione di un equilibrio tra esigenze di tutela ambientale e sviluppo economico che consenta di soddisfare i bisogni delle persone esistenti senza compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare i loro bisogni”. 
Il concetto di sviluppo sostenibile giunge ad una nuova tappa fondamentale nel 1992, quando si svolge a Rio de Janeiro l'Earth Summit. In tale occasione si è discusso a livello planetario dei problemi ambientali connessi allo sviluppo e sono stati siglati alcuni importanti documenti, tra i quali quello che è conosciuto come l'Agenda 21, un documento nel quale veniva definito un nuovo modello di sviluppo caratterizzato da un insieme di principi guida che avrebbero dovuto ispirare le politiche ambientali nel 21° secolo.

Dal 3 al 4 Giugno 1992 a Rio de Janeiro ha avuto luogo l'”United Nations Conference on Environment and Development” (UNCED) più comunemente conosciuto come “Earth Summit”. Il Vertice della Terra di Rio De Janeiro é stato una Conferenza storica. A Rio si sono discussi i problemi ambientali del pianeta e i loro legami con i problemi dello sviluppo sociale ed economico. Oltre 150 Paesi hanno firmato due Convenzioni Internazionali, una sui mutamenti climatici e l'altra sulla protezione della diversità biologica, mentre tutte le delegazioni presenti hanno approvato la Dichiarazione di Rio, un' impegno sulla tutela ambientale e lo sviluppo sostenibile nonché una Dichiarazione di Principi senza valore legale sulla gestione, conservazione e sviluppo sostenibile delle foreste ed infine l'Agenda 21, ampio ed articolato programma di azione che costituisce una sorta di manuale per lo sviluppo sostenibile del pianeta da qui al 21° secolo.

L'Agenda 21 costituisce il "programma di azione" della Comunità internazionale Onu, Stati, Governi, Ngo, settori privati) in materia di ambiente e sviluppo per il 21° secolo. 
E' un documento di 800 pagine che parte dalla premessa che le società umane non possono continuare nella strada finora percorsa aumentando il gap economico tra le varie nazioni e tra gli strati di popolazione all'interno delle nazioni stesse, incrementando la povertà, la fame, le malattie e l'analfabetismo e causando il continuo deterioramento degli ecosistemi dai quali dipende il mantenimento della vita sul pianeta. E' necessario cambiare strada migliorando gli standard di vita per tutti e proteggendo e gestendo meglio l'ambiente per un futuro più sano e più sereno per l'intera umanità.

l'Agenda 21 è costituita da quaranta capitoli divisi in quattro parti:
*dimensioni sociali ed economiche: povertà, sanità, ambiente, aspetti demografici, produzione, ecc.
*conservazione e gestione delle risorse: atmosfera, foreste, deserti, montagne, acqua, prodotti chimici, rifiuti, ecc.
*rafforzamento del ruolo dei gruppi più significativi:donne, giovani, Ngo, agricoltori, sindacati;
*metodi di esecuzione: finanze, istituzioni.

Le Conferenze sui cambiamenti climatici globali, che hanno fatto seguito al Vertice sulla Terra di Rio De Janeiro del 1992 – quali la Conferenza su “Popolazione e Sviluppo” (Cairo, 1994), il “Vertice sullo Sviluppo sociale” (Copenhagen, 1995), la “Conferenza internazionale sulla Donna” (Pechino, 1995) e la “Conferenza Habitat” (Instanbul, 1996) – hanno consolidato l’impegno in favore dello sviluppo sostenibile e adottato dei piani d’azione per far tesoro dell’Agenda 21 nell’ambito dei settori specifico. 
Nel Settembre 2000, in occasione del Vertice delle Nazioni Unite sul Millennio, 147 leader mondiali si sono accordati su un insieme di obiettivi per lo sviluppo, con scadenze precise, considerati fondamentali per i raggiungimento dei traguardi fissati dall’Agenda 21.

Il Vertice ONU - Conferenza mondiale sullo Sviluppo Sostenibile - che si è svolto a Johannesburg, Sud Africa dal 26 Agosto al 4 Settembre – dieci anni dopo quello di Rio de Janeiro – cui hanno partecipato oltre 20.000 tra delegati, rappresentanti di ONG e giornalisti, è stato il più grande raduno internazionale mai organizzato, portò 108 Capi di Stato e di Governo a Rio, dove esso hanno approvato l’Agenda 21, il piano d’azione per uno sviluppo sostenibile. Il Vertice, che ha messo lo sviluppo sostenibile al centro dell’attenzione mondiale si è concluso : un successo secondo il Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, un fallimento secondo i contestatori ambientalisti e no global che hanno sommerso di fischi il Segretario di Stato americano Colin Powell, intervenuto l’ultimo giorno del Vertice in sostituzione del Presidente USA Gorge W. Bush. 
A Johannesburg si sono affrontati i maggiori problemi del mondo : la riduzione della povertà (due miliardi di persone e cioè un terzo della popolazione mondiale, non ha accesso ad energia commerciale ed un miliardo non dispone di elettricità o di acqua potabile e al di sotto del consumo energetico medio aumenta la mortalità infantile e si riduce la speranza di vita), l’assistenza sanitaria,l’istruzione, il rispetto dell’ambiente.

I dati più aggiornati indicano alcune novità : la prima di esse è il significativo rallentamento della crescita della popolazione mondiale. Le previsioni più attendibili sul numero di persone che nell’anno 2050 abiterà il pianeta si attestano oggi su circa 8.9 miliardi; un numero molto inferiore a molte previsioni del passato. La crescita continua ma con un ritmo minore. 
La seconda novità riguarda la “capacità di carico” del pianeta : essa non è infinita, ma i dati mostrano che “nel periodo tra il 1961 e il 1998, la quantità di cibo mondiale a disposizione dell’uomo, pro capite, è aumentata del 24%. Oggi si produce una quantità di cibo sufficiente a nutrire adeguatamente la popolazione mondiale”. Grazie all’evoluzione delle pratiche agricole e all’incremento delle rese per ettaro, tale quantità di cibo viene prodotta con un minore utilizzo di terre coltivabili. Inoltre, i progressi registrati nella scienza e nella tecnologia hanno permesso uno straordinario aumento dei livelli di vita : “Dal 1990 al 2000 la popolazione mondiale è aumentata da 1.6 a 6.1 miliardi di persone. Mentre la popolazione mondiale si è quasi quadruplicata, il prodotto interno lordo (PIL) del mondo è cresciuto da 20 a 40 volte, permettendo al mondo non solo di sostenere una popolazione quattro volte maggiore, ma anche di farlo secondo standard di qualità della vita decisamente più elevati”. 

Peraltro oggi ci sono ancora problemi gravi, se pensiamo che la metà della popolazione mondiale vive in cattive condizioni igieniche, due miliardi, cioè un terzo della popolazione mondiale, non ha accesso ad energia commerciale ed elettricità, un miliardo non dispone di acqua potabile ( per questo muoiono ogni giorno cinquemila bambini), e ottocento milioni di esseri umani sono sottoalimentati. 
Diceva con disarmante semplicità il Mahatma indiano Gandhi : " La Terra ha abbastanza risorse per le necessità dell'uomo, non per la sua avidità". Ma la distribuzione delle risorse non è avvenuta in modo equo. Fame e sottosviluppo ed epidemie purtroppo continuano a flagellare una parte dell’umanità, ma esse non dipendono principalmente dalla crescita demografica. 

Un terzo elemento riguarda il temuto esaurimento in breve tempo delle risorse non rinnovabili, come petrolio e altre materie prime. Il Rapporto delle Nazioni Unite su : “Population,Environment and Development - The Concise Report” (New York 2001) afferma che ”negli ultimi decenni sono state scoperte nuove riserve di minerali e di petrolio, al punto che si è creata una situazione paradossale. Proprio nel momento in cui il consumo di materie prime è più accentuato, le riserve stimate sono cresciute ad un livello mai registrato nella storia dell’umanità”.

Il Rapporto sottolinea inoltre come, grazie alla cresciuta sensibilità per l’ambiente, siano stati compiuti passi importanti, ma non sufficienti, per la tutela della biodiversità e di ambienti naturali particolarmente importanti, patrimonio comune dell’umanità. Occorre sottolineare che tali progressi, ancora inadeguati, sono stati compiuti in gran parte nei Paesi ad economia avanzata, grazie alla disponibilità di un reddito pro capite elevato e di importanti risorse destinate alla tutela ambientale. Al contrario, il Rapporto fa notare che proprio nei Paesi più poveri, dove i problemi demografici si affiancano a quelli di sviluppo economico e sociale, è più frequente l’emergere di gravi problemi ambientali.

Tutto ciò riconduce alla ricerca della migliore definizione dello “sviluppo sostenibile” e alla visione complessiva della vita che ne è a fondamento. La visione della Chiesa Cattolica Romana, e in generale del Mondo Occidentale, è quella che considera la persona umana la ricchezza della Terra e che cerca una soluzione coerente sia ai problemi demografici che al corretto utilizzo delle risorse naturali : una visione antropocentrica dei problemi ambientali nella quale la risorsa ambiente sia strumento di miglioramento della qualità della vita di tutti gli uomini. Una visione attraverso la quale si ricerchi una migliore distribuzione delle risorse esistenti, tenendo conto della nostra responsabilità di preservare e se possibile accrescere queste risorse per le generazioni future. In questa visione lo sviluppo non va limitato in funzione della sostenibilità ambientale, ma la sostenibilità ambientale deve essere parte integrante delle politiche di sviluppo e promozione della condizione umana. In questo senso, è proprio attraverso il mantenimento in forma “durevole” dello sviluppo sostenibile che potremo garantire un‘adeguata difesa ambientale. Non a caso nei Paesi di lingua francese il termine “sviluppo sostenibile” viene tradotto “développment durable”. 

La sostenibilità dello sviluppo va infatti valutata secondo almeno tre diversi requisiti : essa deve garantire la conservazione degli equilibri ambientali in modo da consentire uno sviluppo durevole, ossia non deve condurre all’esaurimento di materiali ed energie non rinnovabili. Questo primo requisito riguarda la sostenibilità delle risorse ; è concetto di sostenibilità. Ma la sostenibilità deve anche garantire la sicurezza igienico sanitaria degli operatori e dei consumatori e se possibile il suo miglioramento nel tempo ; un principio talora dimenticato, o per lo meno non associato con il concetto di sostenibilità. Il terzo requisito riguarda la sostenibilità economica. Lo sviluppo sostenibile deve anche garantire produzioni economicamente convenienti, ossia un reddito agli operatori. Questo ultimo requisito è quello più frequentemente dimenticato. Non tenerne conto può facilmente portare a provvedimenti inapplicabili o che restano solo sulla carta, aprendo le porte agli inganni nei confronti dei consumatori.

L’ex Ministro On. Gianni Mattioli, riferendosi alle parole della genesi in cui Dio pone l’uomo al centro del creato, sostiene invece che : “La centralità dell’uomo è una affermazione scientificamente priva di senso”. Mattioli ripete la tesi catastrofista secondo cui “la crescita della concentrazione in atmosfera di gas come l’anidride carbonica altera la stabilità dei cicli climatici, l’inquinamento produce malattie degenerative che rendono penosa la vita e che i credenti dovrebbero sentirsi pienamente impegnati nel movimento ambientalista, portando in esso la testimonianza dell’amore”. Secondo Antonio Gaspari, Direttore del Master in Scienze Ambientali dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, invece, le teorie di Malthus sono inumane e inaffidabili, ma Mattioli e Sartori ci credono ancora.

PAOLO FORNACIARI
http://www.lastampa.it/forum/Forum3....52&IDforum=249
SIAMO IN TROPPI SULLA TERRA ?
 

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