La fame nel mondo dipende dalla eccessiva popolazione? L’idea non è nuova. Cose vecchie. Già ai tempi di Tertulliano (ca. 155 - 245 DC), quando sulla terra vivevano solo 190 milioni di persone, si denunciava la catastrofe incombente per la sovrappopolazione. La teoria dell’incompatibilità tra aumento delle nascite e diffusione
del benessere risale a Thomas Malthus (1766 – 1834), con il suo “Saggio
sul principio di popolazione” del 1798.
Malthus si scagliò contro questa legge sostenendo che, mentre
la produzione alimentare cresce seguendo una progressione aritmetica (1,2,3,4…),
la popolazione cresce invece seguendo una progressione geometria (2,4,8,16…)
: per questo motivo l’umanità si sarebbe ridotta alla fame se non
avesse fermato la crescita della popolazione.
Si va affermando una ecologia fondata su una concezione più ottimista
dell’uomo e delle sue potenzialità. Un uomo che non è maledizione,
ma benedizione del pianeta. Un uomo che non è un problema, ma una
soluzione. Un uomo che non è impoverimento, ma ricchezza per il
mondo. Un uomo che, pur con tutte le sue imperfezioni è creato a
immagine e somiglianza di Dio e che dispone quindi di tutte le potenzialità
per rendere più bello e più giusto il mondo dove viviamo.
Un uomo la cui prole suscita speranza e non disperazione, sia per l’umanità
che per l’intero creato.
Da tempo ci si domanda se la crescita della popolazione, l’avanzamento
della scienze ed il progresso economico rappresentino un vantaggio o siano
invece la causa di un crescente danno all’ambiente naturale.
Nella discussione tra le differenti scuole di pensiero sono emerse visioni
contrastanti, che sono parse difficilmente conciliabili perché costituiscono
elemento fondante di diverse concezioni dell’uomo e filosofie di vita.
Tra di esse si sono distinte due posizioni interpretative in forte contrasto
tra di loro :
Negli anni Sessanta, in conseguenza di uno sviluppo industriale incalzante
e caotico, si era diffusa la consapevolezza che la crescita globale della
popolazione fosse divenuta preoccupante. Occorrerà attendere però
l'inizio degli anni 70 affinché questa nuova sensibilità
collettiva si traduca, sul piano internazionale, in azioni significative
capaci di definire nuovi modelli di sviluppo alternativi a quelli dimostratisi
dannosi per l'ambiente.
La prima Conferenza globale e intergovernativa sulla popolazione è
stata tenuta a Bucarest nel 1974, seguita, dieci anni dopo dalla seconda
Conferenza globale sulla popolazione (“International Conference on Population”)
svoltasi a Città del Messico nel 1984. Questa seconda Conferenza,
andava oltre il risultato di Bucarest, suggerendo di tenere in conto la
necessità di uno sviluppo economico sostenibile a lungo termine
dal punto di vista ambientale. . La definizione più diffusa a livello
internazionale di sviluppo sostenibile è quella fornita nel 1987
dal rapporto "Our Common Future" (WCED 1987) della Commissione Indipendente
per l'ambiente e lo sviluppo (“World Commission on Environment and Development”,
WCED) presieduta dal primo ministro norvegese, Signora Gro Harlem Brundtland
.
Scrive Mihail Gorbaciov, già Presidente dell’URSS, in un articolo dal titolo “Il futuro dimenticato”, pubblicato da “La Stampa” del 26 Agosto 2002:” Avevamo in molti l’impressione che, con la fine della guerra fredda, e con la caduta del muro di Berlino che ne fu il simbolo più visibile, l’umanità avrebbe potuto finalmente guardare al futuro con speranza. Sembrava che la comunità mondiale, liberata dalla paura della minaccia atomica, dagli impacci della contrapposizione ideologica, avrebbe potuto incamminarsi sulla via di uno sviluppo stabile, intraprendere misure urgenti per la lotta contro la povertà e contro gli effetti catastrofici dell’inquinamento ambientale, modificare il carattere della globalizzazione, includendo in essa concetti essenziali come la solidarietà, i diritti umani, le libertà individuali. Purtroppo queste possibilità sono state usate come minimo insufficientemente”. Non vi è dubbio infatti che l'attuale modello di sviluppo non è gradito alla maggioranza degli abitanti del pianeta. A fronte di un quinto della popolazione mondiale che vive nei Paesi ricchi con un più che soddisfacente livello di vita, due miliardi di persone e cioè un terzo della popolazione mondiale, non ha accesso a forme di energia commerciale e un miliardo non dispone di elettricità o di acqua potabile. Questo modello di sviluppo, gradito alle popolazioni più benestanti, non può essere certo accettato e condiviso da chi vive al limite della sopravvivenza. L'energia è infatti un bene prezioso, un fattore essenziale e motore trainante per lo sviluppo e il progredire del genere umano, il miglioramento del livello di benessere essendo intimamente legato al consumo medio di energia pro capite, globale o primaria nei Paesi in via di sviluppo o elettrica nelle società più evolute. Successivamente la Conferenza delle Nazioni Unite su “Ambiente e Sviluppo”,
più nota come “Earth Smmit”, tenutasi a Rio De Janeiro nel 1992,
costituì una pietra miliare nelle evoluzioni del consenso internazionale
sulle relazioni tra popolazione,sviluppo e ambiente.
In questi anni, la crescita della popolazione e lo sviluppo economico
e scientifico sono stati spesso accusati da una certa cultura ecologista
di rappresentare una minaccia mortale per la sopravvivenza del pianeta.
Il parametro culturale "neomalthusiano", che e' stato predominante nel
pensiero "verde" degli ultimi trenta anni, considera l'uomo come "il cancro
del pianeta".
Ma siamo davvero in troppi?
Non solo. L’idea che “fame” e “sovrappopolazione” siano l’una la conseguenza
dell’altra implica il pregiudizio che un’alta densità di popolazione
debba essere sinonimo di carestia. Se fosse vero, non si capisce perché
soltanto 7 dei 21 Paesi più poveri del mondo abbiano una densità
di popolazione superiore ai 100 abitanti per kmq, mentre tra i 21 Paesi
più ricchi ben 12 superano questa cifra. Come ha notato (su “Federalismo
e libertà”) Giorgio Bianco, studioso attento a queste problematiche,
se l’India ha una densità di 284 abitanti per kmq, il Belgio ne
fa registrare 331, il Giappone 332, l’Olanda 378, Singapore 5373, Hong
Kong 5956.
E’ proprio vero, allora, che “la fame vincerà sempre più,
perché ci rifiutiamo di ammettere che la soluzione non è
di aumentare il cibo ma di diminuire le bocche da sfamare”, come ha scritto
Giovanni Sartori sul “Corriere della Sera” (31.12.2001 e 9.6.2002)?
Perché non si riesce a realizzare questo obiettivo, che pure
sarebbe a portata di mano sulla carta?
Dal 3 al 4 Giugno 1992 a Rio de Janeiro ha avuto luogo l'”United Nations Conference on Environment and Development” (UNCED) più comunemente conosciuto come “Earth Summit”. Il Vertice della Terra di Rio De Janeiro é stato una Conferenza storica. A Rio si sono discussi i problemi ambientali del pianeta e i loro legami con i problemi dello sviluppo sociale ed economico. Oltre 150 Paesi hanno firmato due Convenzioni Internazionali, una sui mutamenti climatici e l'altra sulla protezione della diversità biologica, mentre tutte le delegazioni presenti hanno approvato la Dichiarazione di Rio, un' impegno sulla tutela ambientale e lo sviluppo sostenibile nonché una Dichiarazione di Principi senza valore legale sulla gestione, conservazione e sviluppo sostenibile delle foreste ed infine l'Agenda 21, ampio ed articolato programma di azione che costituisce una sorta di manuale per lo sviluppo sostenibile del pianeta da qui al 21° secolo. L'Agenda 21 costituisce il "programma di azione" della Comunità
internazionale Onu, Stati, Governi, Ngo, settori privati) in materia di
ambiente e sviluppo per il 21° secolo.
l'Agenda 21 è costituita da quaranta capitoli divisi in quattro
parti:
Le Conferenze sui cambiamenti climatici globali, che hanno fatto seguito
al Vertice sulla Terra di Rio De Janeiro del 1992 – quali la Conferenza
su “Popolazione e Sviluppo” (Cairo, 1994), il “Vertice sullo Sviluppo sociale”
(Copenhagen, 1995), la “Conferenza internazionale sulla Donna” (Pechino,
1995) e la “Conferenza Habitat” (Instanbul, 1996) – hanno consolidato l’impegno
in favore dello sviluppo sostenibile e adottato dei piani d’azione per
far tesoro dell’Agenda 21 nell’ambito dei settori specifico.
Il Vertice ONU - Conferenza mondiale sullo Sviluppo Sostenibile - che
si è svolto a Johannesburg, Sud Africa dal 26 Agosto al 4 Settembre
– dieci anni dopo quello di Rio de Janeiro – cui hanno partecipato oltre
20.000 tra delegati, rappresentanti di ONG e giornalisti, è stato
il più grande raduno internazionale mai organizzato, portò
108 Capi di Stato e di Governo a Rio, dove esso hanno approvato l’Agenda
21, il piano d’azione per uno sviluppo sostenibile. Il Vertice, che ha
messo lo sviluppo sostenibile al centro dell’attenzione mondiale si è
concluso : un successo secondo il Segretario Generale delle Nazioni Unite
Kofi Annan, un fallimento secondo i contestatori ambientalisti e no global
che hanno sommerso di fischi il Segretario di Stato americano Colin Powell,
intervenuto l’ultimo giorno del Vertice in sostituzione del Presidente
USA Gorge W. Bush.
I dati più aggiornati indicano alcune novità : la prima
di esse è il significativo rallentamento della crescita della popolazione
mondiale. Le previsioni più attendibili sul numero di persone che
nell’anno 2050 abiterà il pianeta si attestano oggi su circa 8.9
miliardi; un numero molto inferiore a molte previsioni del passato. La
crescita continua ma con un ritmo minore.
Peraltro oggi ci sono ancora problemi gravi, se pensiamo che la metà
della popolazione mondiale vive in cattive condizioni igieniche, due miliardi,
cioè un terzo della popolazione mondiale, non ha accesso ad energia
commerciale ed elettricità, un miliardo non dispone di acqua potabile
( per questo muoiono ogni giorno cinquemila bambini), e ottocento milioni
di esseri umani sono sottoalimentati.
Un terzo elemento riguarda il temuto esaurimento in breve tempo delle risorse non rinnovabili, come petrolio e altre materie prime. Il Rapporto delle Nazioni Unite su : “Population,Environment and Development - The Concise Report” (New York 2001) afferma che ”negli ultimi decenni sono state scoperte nuove riserve di minerali e di petrolio, al punto che si è creata una situazione paradossale. Proprio nel momento in cui il consumo di materie prime è più accentuato, le riserve stimate sono cresciute ad un livello mai registrato nella storia dell’umanità”. Il Rapporto sottolinea inoltre come, grazie alla cresciuta sensibilità per l’ambiente, siano stati compiuti passi importanti, ma non sufficienti, per la tutela della biodiversità e di ambienti naturali particolarmente importanti, patrimonio comune dell’umanità. Occorre sottolineare che tali progressi, ancora inadeguati, sono stati compiuti in gran parte nei Paesi ad economia avanzata, grazie alla disponibilità di un reddito pro capite elevato e di importanti risorse destinate alla tutela ambientale. Al contrario, il Rapporto fa notare che proprio nei Paesi più poveri, dove i problemi demografici si affiancano a quelli di sviluppo economico e sociale, è più frequente l’emergere di gravi problemi ambientali. Tutto ciò riconduce alla ricerca della migliore definizione dello “sviluppo sostenibile” e alla visione complessiva della vita che ne è a fondamento. La visione della Chiesa Cattolica Romana, e in generale del Mondo Occidentale, è quella che considera la persona umana la ricchezza della Terra e che cerca una soluzione coerente sia ai problemi demografici che al corretto utilizzo delle risorse naturali : una visione antropocentrica dei problemi ambientali nella quale la risorsa ambiente sia strumento di miglioramento della qualità della vita di tutti gli uomini. Una visione attraverso la quale si ricerchi una migliore distribuzione delle risorse esistenti, tenendo conto della nostra responsabilità di preservare e se possibile accrescere queste risorse per le generazioni future. In questa visione lo sviluppo non va limitato in funzione della sostenibilità ambientale, ma la sostenibilità ambientale deve essere parte integrante delle politiche di sviluppo e promozione della condizione umana. In questo senso, è proprio attraverso il mantenimento in forma “durevole” dello sviluppo sostenibile che potremo garantire un‘adeguata difesa ambientale. Non a caso nei Paesi di lingua francese il termine “sviluppo sostenibile” viene tradotto “développment durable”. La sostenibilità dello sviluppo va infatti valutata secondo almeno tre diversi requisiti : essa deve garantire la conservazione degli equilibri ambientali in modo da consentire uno sviluppo durevole, ossia non deve condurre all’esaurimento di materiali ed energie non rinnovabili. Questo primo requisito riguarda la sostenibilità delle risorse ; è concetto di sostenibilità. Ma la sostenibilità deve anche garantire la sicurezza igienico sanitaria degli operatori e dei consumatori e se possibile il suo miglioramento nel tempo ; un principio talora dimenticato, o per lo meno non associato con il concetto di sostenibilità. Il terzo requisito riguarda la sostenibilità economica. Lo sviluppo sostenibile deve anche garantire produzioni economicamente convenienti, ossia un reddito agli operatori. Questo ultimo requisito è quello più frequentemente dimenticato. Non tenerne conto può facilmente portare a provvedimenti inapplicabili o che restano solo sulla carta, aprendo le porte agli inganni nei confronti dei consumatori. L’ex Ministro On. Gianni Mattioli, riferendosi alle parole della genesi in cui Dio pone l’uomo al centro del creato, sostiene invece che : “La centralità dell’uomo è una affermazione scientificamente priva di senso”. Mattioli ripete la tesi catastrofista secondo cui “la crescita della concentrazione in atmosfera di gas come l’anidride carbonica altera la stabilità dei cicli climatici, l’inquinamento produce malattie degenerative che rendono penosa la vita e che i credenti dovrebbero sentirsi pienamente impegnati nel movimento ambientalista, portando in esso la testimonianza dell’amore”. Secondo Antonio Gaspari, Direttore del Master in Scienze Ambientali dell’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, invece, le teorie di Malthus sono inumane e inaffidabili, ma Mattioli e Sartori ci credono ancora. PAOLO FORNACIARI
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